Le stazioni sono frontiere

Riceviamo e pubblichiamo.

Nel 2015 con il “Progetto gate” è iniziata la militarizzazione di alcune grandi stazioni italiane: prima Milano Centrale in occasione di Expo, poi Roma Termini e Firenze Santa Maria Novella. Il Gruppo Ferrovie dello Stato ha schierato gli agenti della “protezione aziendale” (struttura che si occupa di antifrode e collabora strettamente con le fdo) lungo l’ennesima frontiera interna: i varchi di accesso ai binari da cui partono i treni. Nelle stazioni suddette è ormai invalsa la prassi di controllare i biglietti in una zona presidiata da militari e fdo e situata tra il centro commerciale della stazione e i binari. Il pretesto è quello di rendere più sicure le stazioni dal rischio di furti e attacchi terroristici, ma gli obiettivi effettivamente raggiunti sono altri: da un lato ripulire la stazione (e i treni) da quell’umanità in eccesso e non produttiva che sperimentava le più varie forme di sopravvivenza ai margini del viavai quotidiano (una bancarella ambulante, una panchina dove riposare, un luogo di passaggio dove elemosinare); dall’altro lato aumentare i profitti delle aziende di trasporto attraverso un controllo sempre più serrato nelle stazioni e sui treni. D’altronde il nesso tra i varchi e l’antiterrorismo è evidentemente sfuggente, considerando il fatto che con un biglietto in mano l’accesso ai binari è consentito a chiunque. Pur mancando ancora i gates di accesso, anche a Torino, Bologna, Venezia e Napoli i controlli in stazione da parte di protezione aziendale e militari sono sempre più frequenti.

Da circa un mese una novità esalta la polizia ferroviaria, una nuova tecnologia che si aggiunge alle centinaia di videocamere disseminate nelle stazioni e sui treni: il palmare CAT S60. Ha l’aspetto di un classico smartphone, al momento pare ce ne siano in giro 800 e la sua sperimentazione è stata affidata alla polfer in servizio nelle stazioni di Milano e Roma, proprio a ribadire la trasformazione delle stazioni in zone di confine alla stregua degli aeroporti e delle varie frontiere interne. Con questo dispositivo di controllo high-tech i controlli si susseguono più rapidi che mai: il poliziotto inserisce le generalità o passa la banda magnetica del documento elettronico sullo schermo del palmare. Questo è collegato alla banca dati delle forze dell’ordine: in caso di precedenti penali o pendenza di provvedimenti di polizia, un segnale acustico risuona istantaneamente nella sala operativa della polfer che si mette in contatto con la pattuglia per dare ordini sul da farsi ed eventualmente inviare rinforzi, ulteriormente facilitata in questo dal GPS attivo sul palmare.

L’accesso alla banca dati e il coordinamento con la sala operativa sono dunque istantanei e questo permette di controllare un numero sempre maggiore di persone. Questo nuovo dispositivo è dotato anche del software chiamato “face control”, con cui la polizia ha un riscontro sulla corrispondenza della fotografia presente nella banca dati con quella del documento esibito. Non solo: una termocamera permette di individuare le persone attraverso il calore prodotto dal corpo fino a 10 metri di distanza, il che renderà meno complici l’oscurità o un bagno guasto.

Oggi anche nella stazione di Roma Tiburtina sono cominciati i controlli con questa nuova tecnologia: un poliziotto con palmare in mano e due militari con fucile in spalla fermavano ragazzi con zaino in spalla e sopratutto persone con tratti somatici non tipicamente occidentali in una stazione che va assomigliando sempre più ad un centro commerciale di frontiera. Tanti negozi, bar e salotti riservati a chi viaggia in prima classe sull’alta velocità, nessun bagno ad uso pubblico né panchine, per scongiurare il bivacco di chi non ha una destinazione e non consuma, videocamere militari e poliziotti che con armi e nuove tecnologie controllano e selezionano chi ha diritto a muoversi.

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[Lecce] Villa Matta continua

riceviamo e pubblichiamo:

Villa Matta continua

All’alba di mercoledì scorso la polizia ha fatto irruzione a Villa Matta occupata.

All’esterno, nelle strade circostanti, un imponente dispiegamento di polizia ha impedito l’avvicinamento a chiunque. Allo scopo di ritardare l’arrivo di amici e solidali, i telefoni degli occupanti sono stati sequestrati per tutto il tempo dell’operazione.

Insieme alle forze dell’ordine, alcuni rappresentanti di SGM, società proprietaria dell’immobile, hanno presenziato alle operazioni fino a che tutti gli ingressi sono stati murati. Così, l’ex mattatoio comunale è ritornato ad essere patrimonio immobiliare di una società che, attraverso la gestione dei beni e dei servizi pubblici, detiene e controlla il potere economico e politico a Lecce. Sappiamo bene che speculatori, affaristi e parolai hanno trovato sempre un buon terreno in questa città che dietro le facciate barocche è ben abituata a nascondere il marcio. Una città che, lontano dallo sguardo dei turisti mostra il suo vero volto: famiglie sfrattate per morosità, distacchi coatti delle utenze domestiche, case popolari in condizioni strutturali e sanitarie vergognose.

Nella gabbia delle periferie nessuno spazio di socialità.

Solo gratta e vinci e slot machines attirano gli abitanti in disperati tentativi di evasione. Intanto in centro, le scritte sui muri sono presto coperte dalla pubblicità di un mondo a pagamento e le vetrine offrono l’attrazione di una passeggiata per dimenticare una vita da servi. L’occupazione di Villa Matta nasce da tutto questo: dalla rabbia e dalla voglia di riappropriarsi degli spazi senza chiedere il permesso a nessuna autorità. Molto lontano dall’idea di un luogo di ritrovo elemosinato agli assessorati, a Villa Matta sono state organizzate iniziative di informazione e lotta contro i centri di detenzione per stranieri, dibattiti, assemblee e cene sociali aperte a tutti, ma anche feste e concerti che in molti ricorderanno, sempre per il finanziamento di cause di solidarietà, mai per profitto personale. Negli ultimi tempi l’impegno contro il gasdotto Tap, ha fatto di Villa Matta un luogo di incontro, discussione e confronto in una città completamente immobile e passiva rispetto a questo progetto che presto sarà operativo sul suo territorio. Dopo lo sgombero, se qualcosa è cambiato, si tratta solo di muri. Murare un edificio non equivale ad annullare le idee di cui era popolato.

Oggi usciamo nelle vie eleganti del centro per urlare che le idee su cui si regge l’esperienza di Villa Matta continueranno ad essere un problema per chi vorrebbe fare di questo mondo una discarica di rottami. Per chi crede che si possano chiudere i porti agli immigrati e aprire le porte alle multinazionali. Per chi crede che un sabato sera sfavillante possa ripagare di una settimana a testa china.

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Dinamitare l’abitare – alcune note critiche sulla lotta per la casa e le occupazioni

 

 

Movimento, case e spazi

Negli ultimi anni, soprattutto nelle città più grandi ed anche in centri urbani meno estesi, si sono verificate un gran numero di occupazioni da parte di quei gruppi antagonisti cui solitamente ci si riferisce come “movimento”; sono stati occupati edifici abbandonati per insediarvi spazi sociali o per dare un alloggio a persone che non possono permetterselo. Le occupazioni che si sono succedute con maggior frequenza ed intensità, avvenute principalmente in determinati quartieri periferici grazie ai comitati di lotta per la casa (quasi sempre diretta emanazione delle organizzazioni del movimento), sono state quelle di stabili composti da case popolari vuote. La metodologia si basa sulla creazione di comitati popolari partecipati da componenti delle organizzazioni e da persone che per via delle odierne condizioni economiche e sociali non possono permettersi una casa.

All’interno del movimento convivono varie anime, quasi tutte accomunate dalla volontà di respingere certe leggi e normative in via di approvazione, dalla necessità di rivendicare diritti e di contrapporsi a certe opere inutili imposte sui territori e considerate nocive; anime accomunate anche dalla volontà di fare politica, aiutando chi non può permettersi una casa, chi migra e si viene a trovare in luoghi ostili e razzisti, chi sente la necessità di un antagonismo alle istituzioni. Non confondono la politica per ciò che non lo è; no, fanno politica coscientemente. La loro non è “la politica delle istituzioni”, è una politica altramilitantedal basso. Perché dire questo ora? Pensiamo che la volontà di fare politica sia propria di chi brama, ambisce o vuole il potere, di chi pensa che la necessità dell’autorità sia ineluttabile e connaturata all’esistenza. O di chi vorrebbe togliere al potere porzioni di territorio – quartieri – per poterle gestire o “autogestire”.

La politica è contraria al desiderio di libertà e all’individuo. In quanto nemiche dell’autorità e del potere, pensiamo che la politica – fondata sull’autorità e sul principio della delega – vada attaccata.

Tra le necessità del movimento vi è anche quella di prendere o di ottenere spazi da autogestire, dove poter organizzare le attività ed i progetti da attuare nel territorio. Vorremmo quindi stimolare una riflessione riguardo questi spazi occupati e riguardo la lotta per la casa. Sull’autogestione, che spesso – anche fra chi è ostile all’autorità – è affrontata esclusivamente come mera gestione di spazi, e non come tensione radicalmente differente con cui affrontare la lotta. Sulla tollerabilità e sulla conflittualità che, tramite gli spazi, può essere espressa. Sulla riappropriazione, di cui tanti parlano riferendosi a spazi e presunte libertà da conquistare ed ottenere. Sui metodi, sugli obiettivi e sulle necessità inerenti le occupazioni.

Sopravvivenza e recuperabilità

Varie tipologie di occupazioni si sono sviluppate in Italia. A partire dagli anni ’70 sono stati occupati spazi da adibire a luoghi di aggregazione giovanile e controculturale o spazi a carattere principalmente abitativo, oltre a “spazi misti” in cui la funzione abitativa si intreccia a quella politico-sociale. I primi posti occupati in quel decennio furono denominati “circoli occupati” o “circoli per il proletariato giovanile”, sviluppatisi a partire dall’iniziativa di alcuni gruppi della sinistra extraparlamentare. Ebbero una forte crescita negli anni 1975–77, divenendo importanti collettori delle istanze del movimento di allora. Tra il 1977 e il 1980 la loro diffusione non crebbe ed anzi, spesso molti furono sgomberati. Successivamente a quegli anni – in cui l’attacco armato contro lo stato si espanse capillarmente nel territorio – queste realtà si modificarono fortemente assumendo maggiore importanza per il movimento, anch’esso ormai nettamente differente. Nei primi anni ’80 iniziò l’utilizzo della denominazione CSOA (centro sociale occupato ed autogestito) o di varianti simili. Nei due decenni successivi vi furono varie “ondate” di occupazioni, concomitanti anche con la nascita degli squat di ispirazione principalmente antiautoritaria; molti spazi furono occupati e trasformati in centri sociali.

A livello generale la formula più “sperimentata” è stata quella del “contenitore”; cioè la creazione di luoghi – spesso anche tramite una contrattazione più o meno velata con le istituzioni – adibiti alla raccolta di attività corrispondenti a determinate richieste. Sportelli per la casa e per il lavoro (costantemente volti ad ottenere migliorie e concessioni da parte delle istituzioni statali), laboratori ed “autoformazioni” di vario genere, concerti, divertimenti e momenti di svago (il cui fine è finanziare economicamente i posti occupati). Queste attività hanno la funzione di sopperire ad alcune mancanze più o meno percepite nella società. Le mancanze sono quelle mostrate dagli enti pubblici, dalle istituzioni, che non riescono ad assicurare alcuni beni o alcuni diritti ai cittadini; difatti le principali istanze dei comitati e del movimento in generale sono la casa, il reddito e la dignità, che a detta loro sono negati e quindi andrebbero conquistati con la lotta.

Questa logica, propria di chi persegue la creazione di propri spazi di agibilità ed egemonia politica, la possiamo definire assistenzialista; cioè votata all’assistenza delle “masse” che si rivolgono al centro sociale per procurarsi merci e servizi non forniti dalle istituzioni. Da qui anche il perenne rinnovarsi di iniziative, di laboratori “autogestiti” che forniscono alternative a chi prova insoddisfazione verso alcuni divertimenti offerti dal capitale.

Elargendo servizi e dichiarandosi anche a favore dell’ottenimento di diritti (e quindi anche di doveri), vengono perpetuate, sostenute, migliorate ed ampliate le offerte del capitale, che può tollerare l’esistenza di esperienze simili (facendole sopravvivere) in quanto prive di una critica e di una reale conflittualità verso il dominio e l’autorità, riservandosi nel contempo la possibilità di reprimerle democraticamente – le maniere forti indignano i benpensanti – in caso perdessero la propria funzionalità per esso o rendessero possibile lo sviluppo di una qualche forza realmente sovversiva.

Questi spazi, ed i progetti in essi presenti, sono quindi facilmente recuperabili, perché riformisti, prettamente politici e rispettosi dei ruoli e dei rapporti sociali imposti.

Assistenti e assistiti

Nelle lotte sociali, come quella per la casa, esiste una netta separazione tra chi conduce la lotta (il militante) e chi è parte delle “masse” – chi ha bisogno della casa, del diritto. Il rapporto che sussiste tra queste due parti lo abbiamo già definito assistenzialista. I militanti – la “minoranza” – conducono e in definitiva caratterizzano la lotta in ogni suo aspetto. Il divario, e la differenziazione nei ruoli, esistente tra chi assiste e chi è assistito è incolmabile ed è presente anche laddove la “composizione” di questi comitati appare molto omogenea; una coscienza differente separa i militanti dal migrante e dalla famiglia che non può permettersi l’alloggio, la consapevolezza di essere i reali rappresentanti di queste “masse”. Chi fa parte della massa di assistiti difficilmente diviene parte degli assistenti, separando di fatto in maniera netta i due ambiti. Alcuni di questi assistenti più preparati si presentano come dei veri e propri sindacalisti, propugnatori di un modus operandi burocratico nella gestione della battaglia politica, cinghia di trasmissione tra movimento e istituzioni, portavoce delle richieste (non a caso sono stati formalmente creati dei sindacati di lotta per il diritto all’abitare).

A causa di questo divario i militanti utilizzano le masse in modo strumentale ed opportunistico, ricattando esse con la minaccia di poterle lasciare senza casa se non partecipano assiduamente, o addirittura se non si regolarizzano (come successo di recente a Genova). Inoltre, a seconda delle situazioni, un numero di persone aderenti buon ai comitati e alle assemblee sono necessarie, per poter mostrare l’effettiva forza del movimento a livello locale e non solo.

Ma la motivazione principale della differenziazione tra assistenti e assistiti risiede nella natura stessa della lotta, dove la “minoranza” che sostiene le istanze di rivendicazione cerca delle masse da rappresentare, e dove queste assumono una necessaria disposizione alla delega.

Il diritto e la sua conquista

Nelle città c’è fermento (a momenti alterni) per la problematica della casa. Negli spazi (più o meno) occupati vengono organizzate le attività inerenti la lotta. Nelle assemblee si decide di occupare perché la casa è un diritto ed in quanto tale va concesso.

La richiesta di un diritto al potere da parte di alcune sfruttate è un fatto succedutosi molto frequentemente nel corso del tempo storico. E’ noto come da alcuni momenti meramente rivendicativi siano sfociate e si siano sviluppate rivolte che con l’originaria domanda di diritti o di beni negati avevano ben poco a che fare. La rivolta attacca la richiesta verso il potere, negando ogni contrattazione possibile con esso. Lotte impostate sulla rivendicazione e l’ottenimento di diritti, per quanta radicalità possano esprimere a parole o nell’immaginario fittizio che creano (ma a volte anche nei fatti), non possono avere alcuna capacità realmente autonoma, quindi verso una crescita dell’auto-organizzazione concreta delle persone sfruttate; possono sviluppare solo nuove forme di assistenzialismo, accrescendo l’agibilità e la forza di quelle organizzazioni che, coscientemente, portano con sé queste rivendicazioni, affermandole a nome di una classe oppressa o della totalità delle persone sfruttate.

Il diritto è anche una concessione del potere, farne richiesta significa avere la disponibilità a dialogare contrattandone l’ottenimento, la disponibilità a sottostare alla norma e al codice. In questi movimenti si afferma che i diritti vanno conquistati (a spinta), che ci deve essere una pressione popolare, più o meno graduale, verso le istituzioni statali che – cattive loro – non concedono il diritto all’abitare, lasciando i quartieri popolari al degrado e alla speculazione edilizia. Questo diritto è la concessione che lo stato da alle persone di avere un tetto sopra la testa. Nel richiederlo o nell’ottenerlo (il movimento direbbe nel conquistarlo) non vi è alcuna “rivoluzionarietà” – nessuna possibilità di una “rottura” concreta con lo stato e i suoi servi.

«Nelle lotte sociali, come quella per la casa, esiste una netta separazione tra chi conduce la lotta (il militante) e chi è parte delle “masse” – chi ha bisogno della casa, del diritto. Il rapporto che sussiste tra queste due parti lo definiamo assistenzialista»

Parte dei gruppi antagonisti che occupano spazi o rivendicano il diritto alla casa si pongono, idealmente, come parte di un “contropotere”, quindi anche come un nascente potere altro. Costoro non vogliono la distruzione dell’autorità e dei rapporti da essa generati (e questo fanno molta attenzione a dirlo coi giusti sofismi), ma semplicemente vorrebbero il proprio avvicendarsi al potere, cioè la propria presa di esso o di una sua parte. Ma non c’è da sorprendersi in quanto il loro sostrato politico affonda radici anche nel leninismo. Nelle odierne condizioni sociali, ciò cui ambiscono primariamente è ottenere una sempre maggiore forza quantitativa “di piazza” e “di movimento”; tutti i discorsi infatti trasudano di una retorica movimentista che porta loro alla continua esaltazione della quantità delle “masse” presenti a cortei o iniziative di vario tipo, quantità che – oggettivamente – dovrebbe esprimere la forza del movimento. E’ visibile come tali discorsi puzzino di autoritarismo, sebbene costoro rifuggano da tale definizione.

Le organizzazioni antagoniste che si pongono come “contropotere” e in generale tutte quelle meramente riformiste, si sono opposte anche ad una moltitudine di sfratti avvenuti nei quartieri popolari, impedendoli o facendo in modo che ne avvenisse il rinvio – tutto un lavoro fondato sulla contrattazione migliorativa con le istituzioni statali. Per questo motivo hanno chiesto e continuano a reclamare moratorie per l’emergenza freddo, blocchi immediati degli sfratti, graduatorie trasparenti, l’autorecupero degli edifici sfitti, etc. Un bel pacchetto già pronto ed infiocchettato prodotto dalla migliore intellighenzia sinistroide quasi mai offtopic.

Tutte le attività sono diffuse continuativamente tramite internet, irrinunciabile “mezzo” per l’attivismo, il luogo dove è sempre possibile mostrare le giustezze della lotta e le malefatte delle forze dell’ordine e delle istituzioni. Un simile uso della tecnologia (non che possa essere possibile un utilizzo etico di questa) – sempre opprimente, sfruttatrice e alienante – porta ad accentuare l’appariscenza e l’illusorietà della protesta (a tratti occasionalmente spettacolare).

Le parole d’ordine dei comitati vengono espresse massicciamente nel mondo virtuale, dove negli innumerevoli network di siti e pagine online (che a detta loro rimangono solo mezzi bonariamente neutrali) viene mostrato il prolifico attivismo nei fatti più oggettivi: il rinvio dello sfratto, la foto con lo striscione, l’occupazione della palazzina sfitta, il presidio di protesta sotto gli uffici comunali o nel centro città, la riqualificazione dei cortili, le attività e i divertimenti nel quartiere meticcio e ribelle; fino ad avvenimenti più spettacolari come le cariche della polizia ad un corteo o uno sgombero particolarmente resistente o irruento, fatti che talvolta vengono definiti “ingiusti”, “ingiustificati” o “sproporzionati”, perché dal loro punto di vista – evidentemente – potrebbe essere possibile un operato della polizia accettabile e giustificato. Le immagini ed i discorsi divulgati sono tesi a giustificare la lotta, ad affermare che questa paga ed è legittima.

Spesso amano giocare con le parole e quando, in un dato istante, un gesto di rivolta irrompe spezzando anche i loro calcoli politici, allora ci dicono che certi atti sono controproducenti, stupidi e creano danno alla lotta in corso (nelle situazioni più variegate, dalle valli ai quartieri); in questa maniera condannano la tensione ed il desiderio verso la rivolta, prima di tutto individuale, che ai loro occhi resta incomprensibile siccome situata al di fuori del fare e del calcolo politico.

Affermando che è possibile liberarsi solo lottando per un cambiamento nel potere (ma, sia chiaro, un mutamento che avvenga “dal basso”), e non per la distruzione di esso, perpetuano la credenza di dover convivere con l’autorità. In quest’ottica – che in fondo è quella della presa del potere – non riescono e non possono concepire una separazione della lotta rivoluzionaria dalla pratica politica (anche se non amano parlarne in questi termini); o meglio, da ciò che loro considerano come lotta rivoluzionaria.

La richiesta del diritto si estende ad ogni istanza del movimento. Riferendosi agli spazi autogestiti è stata pure affermata l’esistenza di un “diritto all’autogestione”, rivendicandone l’esistenza nelle città, giustificando la loro presenza agli occhi della cittadinanza. Nella visione riformista non si può far altro che avanzare rivendicazioni; a forza di reclamare le case si arriva a rivendicare la città intera, a volere il diritto ad essa (il “diritto alla città” che qualche gruppo antagonista reclama dietro il suggerimento di un filosofo marxista).

Le città non potranno mai essere luoghi non opprimenti, in cui si potrà vivere bene. Nella rivendicazione non è possibile la critica (rivoluzionaria) e l’attacco concrete verso questi luoghi di morte sviluppatisi nel tempo in funzione delle vie economiche e mercantili, per gestire il territorio e la popolazione.

La casa è di chi l’abita

La maggior parte delle organizzazioni di lotta per la casa fino ad ora analizzate fanno riferimento all’area autonomo-antagonista. La lotta per la casa, tra chi è ostile all’autorità, è stata presa in considerazione e affrontata solo marginalmente. Eccezion fatta per la lotta contro gli sfratti intrapresa in due quartieri di Torino, Porta Palazzo e Barriera di Milano, dal 2011 in poi. Vorremmo quindi riportare alcuni stralci, che a nostro parere sono tra i più opinabili, di un testo (il cui titolo è anche quello riportato da questo paragrafo) redatto da alcuni compagni impegnati in questa lotta specifica e realizzato in occasione di un convegno internazionale anarchico tenutosi a Zurigo alla fine del 2012.

Chi ha reso possibile questa lotta non si è mai pronunciato a favore dell’ottenimento di diritti e di concessioni da parte del potere. Evitando quindi la formazione delle strutture di movimento tipiche delle organizzazioni autonome – vi è la mancanza di comitati di quartiere veri e propri e di sportelli per la casa, ma non di assemblee organizzative specifiche.

La loro progettualità, strettamente legata al metodo insurrezionale anarchico (stando a quanto riportato nel testo), si pone chiaramente al di fuori della contrattazione e del riformismo. La tematica della casa è vista come un’opportunità per un possibile scatenarsi di momenti insurrezionali: «Il nostro compito è promuovere insurrezioni, dunque: anche se piccole, anche se circoscritte nello spazio e nel tempo. E quando questi eventi invece “succedono” al di là della nostra volontà essere pronti a cogliere l’attimo. È sulla scorta di queste riflessioni che a Torino in alcuni stiamo conducendo una lotta con un obiettivo circoscritto, limitato ma concreto: la casa».

Tutto ciò senza «convincere altri esclusi ad organizzarsi insieme a noi su basi ideologiche o a partire da una comune visione del mondo […]. Ma questo non vuol dire rassegnarci ad aspettare tempi migliori: gli esclusi non imparano come si lotta e come si può vivere facendo a meno dell’organizzazione statale ascoltando le dichiarazioni di principio di qualche sovversivo; lo imparano facendolo e noi con loro. Per cui, se proprio vogliamo darci un compito, noi dobbiamo saper provocare quelle fratture nella normalità che costringano gli esclusi ad imparare (e noi con loro, è il caso di insistere) come lottare in proprio e come gestire lo spazio e il tempo sottratti all’ordine dello Stato». Quindi vi sono delle nette differenze nell’approcciarsi alle persone sfruttate, alla “gente”, rispetto alle organizzazioni autonome e riformiste. Non formare comitati e strutture specifiche dove le persone possano partecipare e farsi rappresentare, seguendo i dettami della lotta, o possano usufruire di un servizio, la casa; ma indurre e costringere – tramite alcune rotture nella normalità imperante rese possibili dalla “minoranza” anarchica – le persone sfruttate ad imparare come lottare per conto proprio (“e noi con loro”), come gestire spazi e tempi espropriati. Due approcci differenti, questo sì, il primo chiaramente autoritario e l’altro no; ma entrambe permeati di un rapporto pedagogico con le persone: da una parte masse inermi private di diritti che dovrebbero conquistare attraverso la lotta popolare e la contrattazione col potere, dall’altra esclusi (dalla gestione dei rapporti di dominio) che necessitano di comprendere come vivere al di fuori delle norme dello stato e che possono farlo esclusivamente tramite l’agire di una minoranza che si pone dei compiti.

«Non è possibile una lotta rivoluzionaria nello spazio urbano che non sia anche contro di esso»

La partecipazione degli anarchici ad un certo tipo di lotte specifiche e/o sociali, come può essere quella per la casa, è sempre stata molto dibattuta in ambito anarchico. La cosiddetta lotta sociale viene solitamente intesa come una circostanza dove poter partecipare assieme ad altre componenti, più o meno vicine, ad un processo già esistente o in via di sviluppo cui gli anarchici portano il proprio contributo analitico e metodologico. Ma spesso l’inserirsi in questi contesti ha comportato il negare parzialmente o totalmente le proprie idee ed il “ridimensionamento” di certe pratiche, che vengono completamente “snaturate” e concepite in modo diverso, più accettabile per il “movimento”, per chi è partecipante o spettatore – arrivando anche a giustificare la propria presenza ed il proprio agire.

Non è esattamente il caso di questa lotta contro gli sfratti intrapresa a Torino, che ha comunque espresso una certa conflittualità, tramite occupazioni e blocchi stradali “improvvisati”. Nel testo è percepibile un’ostinazione a voler considerare gli obbiettivi ed i risultati come permeati di una qualche valenza insurrezionale, derivata dalla metodologia con cui è stata condotta la lotta. Ci teniamo a voler approfondire questo passaggio: «Ora, il fatto che un’assemblea di sfrattati e di compagni abbia sottratto con la forza spazio e potere allo Stato; che delle strade abbiano vissuto senza polizia anche se solo per qualche ora; che lo si sia fatto in maniera pensata e organizzata nei dettagli; questo è, per sua natura, un fatto di tipo insurrezionale. Piccolo quanto si vuole, ma che dimostra che anche lotte dalla parvenza placidamente resistenziale come quella contro gli sfratti, se affrontate con uno sguardo un po’ preveggente e con i ritmi giusti hanno tutte le caratteristiche per determinare rotture sociali anche di una certa portata».

Ma come, un fatto di tipo insurrezionale? Si è forse scatenata una insurrezione nei quartieri di Torino? O il fatto insurrezionale può anche essere qualcosa di slegato dal verificarsi dell’insurrezione stessa? Chiaramente sì, dei fatti possono essere definiti come insurrezionali, in potenza, anche se situati al di fuori dell’insurrezione vera e propria. Però ci domandiamo ancora come sia possibile che se delle strade vivono per qualche tempo senza polizia, allora questo possa bastare per affermare di essere nel pieno di momenti insurrezionali. Ora, di certo non spetta a noi che stiamo scrivendo questo testo definire cos’è un fatto di tipo insurrezionale, e quindi assurgere a ruolo di professori dell’anarchia; allo stesso tempo, però, ci sembra un po’ esagerato affermare ciò, soprattutto alla luce di quanto scrivono i redattori del testo all’inizio, ovvero che «l’insurrezione è uscita dai polverosi scaffali in cui tanti l’avevano riposta tacciandola come cosa d’altri tempi, ipotesi ottocentesca, ed è riemersa con tutta la sua violenza nelle piazze egiziane e tunisine come nelle strade greche». Ci pare leggermente eccessivo paragonare i fatti tunisini, egiziani e greci a quelli torinesi.

A volte la voglia di giustificare la propria presenza ed il proprio agire sembra quasi che faccia scorrere un po’ troppo la mano sul foglio. Il desiderio che la gente finalmente comprenda le ragioni della rivolta e si schieri coi sovversivi fa parlare di giustezza e di fiducia accordata a questi ultimi: «Essere nella realtà di una sommossa, e non limitarsi a parteciparvi come ospiti più o meno graditi, presuppone infatti che le nostre idee e indicazioni vengano prese in considerazione anche da altri. Un’attenzione che non dipenderà esclusivamente dalla bontà delle nostre parole o azioni, ma dalla considerazione che si avrà di noi, dalla fiducia che saremo riusciti a guadagnarci in precedenza e dai rapporti che avremo costruito». Quindi si tessono relazioni per accordarsi la fiducia ed una buona considerazione. E ancora: «La validità riconosciuta di alcune proposte, che siano o meno verbali, non dipende infatti solo dalla loro giustezza, ma spesso in misura rilevante anche dall’autorevolezza riconosciuta a chi se ne è fatto promotore». Evidentemente il divario tra i sovversivi e gli altri esclusi viene qui non solo riconfermato ma addirittura sottolineato. Come possono degli anarchici parlare di un’autorevolezza a loro accordata? E poi, la necessità di insorgere ha forse bisogno di essere giustificata? Convincere gli sfruttati dell’intrinseca bonarietà di certe proposte, mostrare la loro validità – riteniamo che questo corrisponda ad un mero calcolo politico. In quest’epoca in cui le parole non contano nulla pensiamo che non si possa sorvolare continuativamente sui significati propri dei termini; avere ed accettare apertamente un riconosciuto ruolo autorevole presso le persone sfruttate significa avere una qualche forza dirigente su di esse.

Probabilmente potremmo apparire ingenerosi nel dire che il testo è permeato (nella forma ed in misura minore nella sostanza) di un linguaggio pseudo pedagogico, che più volte sfiora il populismo, ma pensiamo che sia necessaria una più profonda riflessione sulle “lotte sociali” e sull’inserirsi in esse da parte di chi si oppone da sempre all’autorità.

La pervasività tecnologica dello spazio urbano e l’interiorizzazione dell’artificialità

E’ visibile come l’assetto dello spazio urbano sia in perenne mutamento; è chiaro che le città, ed i luoghi urbani in generale, tendano verso una sempre più crescente modificazione a favore del controllo, della repressione e della sorveglianza operate quotidianamente dal capitale.

La razionalizzazione della struttura urbana avviene in base alle esigenze del dominio. Da sempre le principali strade ed i quartieri sorgono in funzione dei flussi economici. La merce e questi flussi necessitano sempre di essere sorvegliati e difesi; lo svilupparsi delle tecnologie – informatiche e non – contribuisce in maniera decisiva all’avvento di forme di sorveglianza sempre più sofisticate ed efficienti. Queste tecnologie sono indispensabili al mantenimento degli attuali rapporti sociali di oppressione e sfruttamento, all’instaurarsi di quelli futuri. La sorveglianza, il controllo altamente tecnologizzato e la conformazione dello spazio urbano sono tutti aspetti che contribuiscono al mantenimento della pace sociale.

Il potere tende a voler azzerare l’alienazione e l’estraniamento provate nel sopravvivere nello spazio urbano attuando un condizionamento che vuole essere totale, creando flussi di opinioni e di idee prefabbricate, facendo in modo che le persone si identifichino e si associno con l’artificialità e con le caratteristiche dell’ambiente circostante (e quindi possano accettarlo in tutte le sue forme possibili). Allo stesso tempo i rapporti umani sono mediati dall’apparato tecnologico, che non permette alcuna espressione di socialità libera.

Per poter lottare concretamente nello spazio urbano è quindi indispensabile l’analisi di tutti questi “fattori” che rendono possibile il perpetuarsi di questo sistema necrofilo. Non è possibile una lotta rivoluzionaria nello spazio urbano che non sia anche contro di esso. Non è possibile sviluppare una critica ed un attacco rivoluzionario – contro lo spazio urbano – separando questi dalla critica e dall’attacco verso la tecnologia. Qualsiasi lotta realmente sovversiva condotta nelle città non può prescindere dal considerare l’opprimente e totalizzante artificialità e la pervasività tecnologica di questi luoghi.

Ritagliarsi o conquistare brandelli di territorio non comporta l’attacco diretto contro lo spazio urbano e contro il capitale. Allo stesso modo, le istanze rivendicative e quei ghetti che sono la maggior parte degli spazi occupati, CSOA e simili, non nascono portando con sé una reale progettualità sovversiva – una piena e radicale (nel senso letterale del termine) messa in discussione dell’esistente. Lo spazio urbano non “necessita” di venir occupato, e nemmeno liberato, bensì di venir attaccato e distrutto.

Per agire, per attaccare, bisogna rompere le mediazioni e le gabbie, anche quelle che ci costruiamo attorno e che possono contribuire a far svanire in noi il profondo senso della rivolta.

Smitizziamo gli obbiettivi

L’occupazione e l’esproprio di case e spazi sono di per sé obbiettivi minimali. Prendersi una casa dà la possibilità di avere un tetto sopra la testa; l’espropriazione di uno spazio (non la sua conquista o il suo ottenimento) permette di avere un luogo dove esprimere delle volontà non rimandabili, senza contrattazione con le istituzioni, sputando sulle norme che regolano la società. Non vogliamo “sottovalutare” l’importanza di questi luoghi – gli spazi – ma semplicemente affermare che sono solo porzioni di territorio tolte al dominio (che solitamente può tollerare ciò), non il nucleo di un futuro mondo liberato, il fulcro da cui diffondere ovunque l’autogestione, una comune dove tutti gli opprimenti rapporti sociali si trovano ad essere spezzati di colpo o l’isola da difendere dalle cattive ingerenze del mondo esterno.

L’autogestione di uno spazio non è un obbiettivo; perché lo spazio è principalmente un mezzo e perché la sua gestione è un fattore minimo che resta nella sopravvivenza, nella resistenza, all’interno dello spazio urbano e della sua artificialità. Anche ipotizzando il verificarsi di una repentina crescita quantitativa degli spazi – quindi di un crescere dei possibili spazi di autogestione all’interno delle città – questi difficilmente potrebbero spezzare i rapporti sociali, di produzione e di consumo imposti dal dominio; non è possibile fare ciò restando nella logica della crescita quantitativa delle esperienze autogestionarie.

L’autogestione e l’occupazione, anche se vengono viste come un mezzo, spesso finiscono per divenire un fine, esautorando di fatto, tutte le spinte conflittuali, portando gli occupanti ad adagiarsi su se stessi in quanto è stato soddisfatto il bisogno di avere un alloggio stabile.

Un altro fattore che porta la lotta per la casa a perdere conflittualità è la scelta dei luoghi da occupare: accade che sempre più vengano occupate case popolari in quartieri periferici (versanti in stato precario). Il centro, fulcro principale delle attività politiche, economiche e finanziarie è sempre più in mano alla classe degli sfruttatori, che lo plasmano a loro immagine e somiglianza. Occupare, ad esempio, in zone più centrali ed in stabili più “decorosi” porterebbe ad avere una maggiore conflittualità, anche se sicuramente la tollerabilità da parte del potere sarebbe minore.

La lotta per la casa, per come è impostata, non ha alcuna valenza rivoluzionaria. La contrattazione per essere legalizzati ed i margini di un possibile miglioramento nella situazione dei luoghi occupati sono sempre lì. Il riformismo non è una piaga che a volte colpisce queste realtà ma è profondamente insito nella lotta stessa.

Mentre i predecessori delle attuali organizzazioni che lottano per la casa avevano un orizzonte politico più ampio – almeno a livello teorico – quelle odierne si limitano a elemosinare le briciole del capitale. La casa, il reddito (o i dirittie la dignità – le istanze e i programmi di buona parte dei comitati di lotta per la casa – in questo senso rappresentano pienamente la miseria propria del movimento.

Rendere visibile la natura prettamente riformista e politica di queste organizzazioni ci pare il minimo, non parteciparvi o collaborare con esse ci pare chiaramente auspicabile. Per chi è irriducibile nemico dell’autorità, agire al di fuori di queste organizzazioni, per soddisfare le proprie necessità essenziali e contemporaneamente attaccare il sistema di dominio – cosa che può sembrare una banalità per molti – è un passo per arrivare ai ferri corticon quest’ordine mortifero.

Scappate di casa

fonte: Vetriolo n.0 – inverno 2017
 
 
 
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[Torino] Lotta frocia contro fasci, sbirri e loro alleati

L’estate sta arrivando, e con essa, anche quest’anno la parata dei diritti LGBTTIQ, anche chiamata Piemonte Pride. Questo allegro e colorato “carnevale” (così come rivendicato nel manifesto del Pride 2018) vedrà sfilare un’accozzaglia variegata di soggetti: sbirri, elite della giunta pentastellata, promoter di saune gay e feste commerciali nonché sponsor di ogni tipo. Il tutto annacquato in una retorica pubblicitaria di supposta lotta. Ma andiamo con calma: il carnevale. Così lo descrivono gli organizzatori del Pride: «momento dell’anno in cui tutti e tutte, per un giorno, sono uguali e possono dileggiare bonariamente i potenti». Dietro questa agghiacciante auto-rappresentazione come bonarie e disciplinate vittime dei “poteri forti”, si cela una rete consolidata di associazioni alquanto radicate nelle politiche istituzionali che, ben volentieri, si prestano a legittimare e dar vita al pinkwashing della giunta comunale pentastellata e di ogni realtà politica che prometta loro qualche nuovo diritto.

Mentre la sindaca Appendino partecipa alle numerose iniziative delle associazioni LGBTIQ mainstream torinesi, il silenzio cala sulle raccapriccianti politiche istituzionali urbane. Mentre comune e regione benedicono le coppie arcobaleno e la loro fertilità, autodefinendosi come “la città più friendly d’Italia”, i Cpr straripano nonché soggetti non europei, non bianchi, non utili alle politiche comunali vengono continuamente deportati.

Gentrificazione dei quartieri, espulsione degli homeless dal centro città, aumento dei costi dei trasporti pubblici, politiche securitarie, sono solo alcuni dei regali quotidiani dell’arcobaleno giunta comunale. D’altronde come stupirsi del rumoroso silenzio delle associazioni LGBTIQ che possono ora godersi le passeggiate orgogliose nel centro storico e nei quartieri sbiancati e ripuliti da ogni forma di marginalità. La stessa assegnazione di Casa Arcobaleno, sede di numerose associazioni LGBT, pare non aver destato alcun turbamento nonostante si ponga come un tassello della gentrificazione di Porta Palazzo.

Appare importante rendere esplicito come il fenomeno del pinkwashing trovi una sua evidente attuazione proprio nelle politiche urbane della città di Torino. Infatti con il termine pinkwashing si intende la strategia politica di istituzioni o aziende di utilizzare l’implementazione dei diritti civili delle persone LGBTIQ come strumento di narrazione di se stess* in quanto presunti promotori della “civiltà” e dei diritti umani e così coprire abusi e violenze nei confronti di altre soggettività. Ben lungi dal pensare che le associazioni della rete del Coordinamento Piemonte Pride siano ignare di tali processi, ci teniamo a rendere esplicito come sia loro diretta responsabilità l’aver tentato di svendere la carica sovversiva della lotta frocia al pinkwashing delle politiche cittadine.

Con una squallida retorica pubblicitaria, il Pride 2018 si rivendica inoltre una supposta “lotta”, un presunto “antirazzismo” e un ipotetico “antifascismo”, nonché preda lotte altrui per costruirsi una fantomatica estetica militante, con una retorica asfissiante sul simbolo del pugno arcobaleno e il claim “nessun dorma”. La predazione delle lotte altrui come strumento di marketing non è d’altronde una novità. Ci basti ricordare le strategie comunicative del Lovers Film Festival. A tutto ciò si aggiunge l’antirazzismo delle parole e delle presunte rivendicazioni di diritti anche per alcuni migranti (in coda al manifesto politico).

Così, si potrebbe dire, che dopo aver offerto se stessa per garantire il pinkwashing istituzionale ora la rete di associazioni LGBTIQ torinese cerca di ripulirsi strizzando l’occhio a un’ipotetica sinistra e ammantandosi di amorevole buonismo. Quale migliore soggettività da predare se non quella delle persone migranti? Eccolo quello che potremmo definire come il nuovo “washing” del Coordinamento Piemonte Pride che, mentre sfila in piazza con le istituzioni che garantiscono il perpetuarsi del dispositivo razzista in città, si proclama solidale con i soggetti migranti. Mentre appoggia un partito che ha appena fatto un patto di governo con la Lega, basato su un più che esplicito razzismo, si narra come in prima fila per i diritti dei migranti. Predare in continuazione soggettività altre per sciacquarsi l’immagine e raccontarsi in modi diversi dalla realtà è un giochino poco convincente.

Che dire poi dell’esaltazione – nel manifesto del Pride 2018 – della storica rivolta statunitense di Stonewall contro la polizia, per poi scendere oggi in piazza con l’associazione di sbirri gay nonché condividerne la sede a Casa Arcobaleno. Dunque ora che gli sbirri non fanno più ronde contro i locali gay vengono strette alleanze con loro, chiudendo volontariamente gli occhi dinanzi alle ronde contro i migranti, e alle numerose violenze della polizia, perché indirizzate verso altr*. Quegli stessi altr* con i quali si sostiene di essere solidali. Se poi muoiono per attraversare una frontiera militarizzata, se subiscono le violenze della polizia e vengono da essa reclusi in Cpr e poi deportati, poco importa, evidentemente, dinanzi alla rilevanza di stringere alleanze con le istituzioni e il loro braccio armato. Ed è per questo che il nostro agire sta notte si scaglia anche contro la sede di Polis Aperta (associazione di sbirri gay) locata in Casa Arcobaleno.

Che assurda pretesa è quella di scendere in piazza ricordando Stonewall, narrandosi con un’estetica militante e sciacquandosi in una retorica antirazzista e antifascista quando si condivide la sede, il corteo e gli intenti con un’associazione di sbirri, protagonisti indiscussi del perpetuarsi quotidiano della violenza di Stato sui corpi non normati, non bianchi, non italiani, non docili. Sta mattina Casa Arcobaleno si sveglierà con la scritta «Fuori gli sbirri dai quartieri. Lotta frocia».

Le nostre riflessioni e il nostro posizionarci in lotta, contro il pinkwashing e lo svilimento della carica sovversiva dei corpi froci da parte di molte realtà LGBTIQ, rinforza la necessaria quotidiana presa di azione e parola contro omo-lesbo-bi-trans-fobia, fascismo e razzismo. Non deleghiamo la lotta ma ci prendiamo il nostro spazio di parola e di azione. Per questo oggi scegliamo di attaccare anche Forza Nuova, gruppuscolo di fascisti omofobi. Ennesima occasione di questa nostra scelta è la notizia della loro recente contestazione del Pride di Novara 2018 con l’esposizione dello striscione dalla dicitura «l’unica famiglia è quella tradizionale».

Ribadendo la nostra radicale critica della famiglia etero(omo)normativa nucleare e della retorica di tradizione, natura e normalità ci sembra opportuno chiarire come non staremo a guardare in silenzio il muoversi viscido e ripugnante di questi fascisti. Le esternazioni e azioni omo-lesbo-bi-trans-fobiche, razziste e fasciste di Forza Nuova sono numerose. Noi prendiamo parola e agiamo oggi, senza deleghe, senza buonismi ma con molta rabbia. I muri del palazzo che ospita la sede di Forza Nuova si sveglieranno ricoperti dalla puzza di rifiuti organici marci: «Fascisti di merda. Lotta frocia», sono le scritte che accompagnano l’azione.

Torino - Lotta frocia contro fasci, sbirri e loro alleatiTorino - Lotta frocia contro fasci, sbirri e loro alleati

In ultimo ci sembra rilevante notare come pochi giorni fa sia stata pubblicata una vera e propria supplica del Coordinamento Piemonte Pride alle organizzazioni religiose, in particolare cattoliche, affinché si uniscano alla parata di sabato. Con le loro parole: «Crediamo più che mai che oggi sia arrivato il momento di siglare una “santa alleanza” con tutte quelle Organizzazioni che da molti anni lavorano per una società più giusta, aiutando in ogni modo possibile gli ultimi e le ultime». Eccolo l’ultimo passo della vuotezza associativa LGBTIQ. Una preghiera alla mamma chiesa cattolica affinché possa benedire i soggetti LGBTIQ: pallidi ricordi di anormalità e sovversione, roghi e ribellione, oggi desiderosi di benedizione e omologazione.

Eppure noi siamo qui a ribadire che non permetteremo tali alleanze sui nostri corpi. Non dimentichiamo la violenza della chiesa cattolica. Noi non perdoniamo.
Il duomo di Torino si sveglierà oggi con la scritta «Nessuna santa alleanza. Lotta frocia» sulla scalinata d’ingresso.
Sta notte ci rivendichiamo la puzza di marcio, le scritte e la rabbia.

Vendetta e lotta frocia contro sbirri, fasci e loro “santi alleati”!

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Meglio streghe che strateghe

A quanto pare il femminismo militante sta tornando in auge. Sulla carta, perlomeno. Fosse avvenuto alcuni anni fa, avrebbe magari fatto da profilassi o almeno da antidoto a quella putredine di movimento che ci ha avvelenato prima con un opuscolo contro l’aborto (scritto da una donna e pubblicato da una casa editrice anarchica) e poi con uno stupro di gruppo (all’interno di una sede antifascista), secrezioni che hanno conosciuto entrambe l’indifferenza attiva di più kompagni e kompagne. Comparendo solo oggi, si limita per ora a lasciar intendere di fare domani ciò che non si è stati in grado di fare ieri. Quando l’intenzione è buona, la coscienza è salva.
Ma l’intenzione, è davvero buona? Me lo domando. Ho davanti agli occhi un manifestino affisso in alcune città italiane per mettere alla gogna uno stupratore. Ci vedo sopra il suo nome, il suo volto e il marchio dell’infamia. Nient’altro, non un accenno di spiegazione. Dietro invece ci vedo come minimo un’ammissione di debolezza. Non capisco, forse preferisco non capire. Ma non posso fare a meno di domandarmi cosa si sia diventati per far pesare su uno stupratore non la folgore della verità, ma l’ombra del sospetto. In un deserto di consapevolezza, un nome e un volto basteranno al risentimento per aizzare il branco. Ma l’odio vuole le sue ragioni. E pazienza se superano i 140 caratteri.
Piuttosto, supera quasi le 300 pagine il nuovo libro uscito da poco, quello sulle Rote Zora, al cui interno non ho dubbi di trovare le ragioni dell’ostilità verso chi sfrutta, umilia, molesta, stupra le donne. Qui, fra le parole e le pratiche di quel vecchio gruppo tedesco di donne arrabbiate, donne che per una ventina d’anni reagirono a mano armata contro l’oppressione. Non erano anarchiche? Poco importa! Non è stata certo la mancanza di slogan o simboli libertari sui loro volantini ad impedire alla rivista Anarchismo, cui ho dato anche il mio contribuito, di tradurre e pubblicare qui in Italia, nel lontano 1985, prima un loro comunicato e poi la loro nota intervista «La resistenza è possibile». Era più che sufficiente il fatto che le Rote Zora si distinguessero, sia nella scelta del nome che nello stile dei comunicati, dai lugubri ritornelli degli aspiranti dittatori del e sul proletariato. Al di là delle ovvie divergenze, la loro è stata un’esperienza meritevole d’essere conosciuta e ricca di spunti interessanti su cui riflettere. Non caddero nella tentazione — assai forte in quegli anni — dell’organizzazione verticistica con tanto di specializzazione armata. Non fecero della clandestinità una norma rivoluzionaria. Non si separarono dalle lotte sociali. Non fecero del patriarcato né il loro unico nemico, né lo spauracchio da sostituire. In un periodo di riflusso, paura e desistenza, proposero e praticarono l’attacco diffuso. Mentre apro il libro, affiorano piacevoli ricordi.
Mi areno però al termine dell’introduzione di questo libro, desolata, incupita, in preda alla medesima domanda: è davvero buona l’intenzione? Oppure quest’ultimo titolo su un vecchio gruppo di lotta armata buono per tutti i palati (nell’editoria della composizione vanno bene i Gruppi Autonomi spagnoli, vanno bene i Gari, vanno bene le Rote Zora, manca la George Jackson Brigade dalla doppia anima autoritaria e anti-autoritaria — ma prima o poi, ne sono certa, arriverà anche il suo turno) è solo il pretesto per infliggerci l’ennesima «narrazione» cretinizzante condita con espressioni prese a prestito dal pensiero accademico post-qualcosista? Qui, ed è la gran bella novità di cui davvero non si avvertiva la mancanza, non si sollevano solo gli spifferi dell’ideologia rivoluzionaria autoritaria, ma pure il mulinello del fondamentalismo femminista anti-eterosessuale. Povere Rote Zora, non se lo meritavano…
Altri ricordi, meno piacevoli, mi tornano ora alla mente. Nella seconda metà degli anni 70 il femminismo “storico” — nonostante mi ci fossi pure impegnata, con tanto di partecipazione ad incontri di autocoscienza collettiva, manifestazioni separatiste e quant’altro — non ci aveva messo molto ad annoiarmi ed irritarmi a morte. Trovavo disgustoso il suo palese collaborazionismo di genere (la sorellanza secondo cui bisognava accettare al proprio fianco e confrontarsi rispettosamente con qualsiasi carogna purché vaginodotata) e ridicolo il suo malcelato integralismo di genere (secondo cui ogni contatto con un uomo rende impure). L’aria fra le femministe dell’Autonomia era molto più respirabile, ma anche lì era viziata da un equivoco di fondo che ritengo abbia avuto un peso nel legare strettamente il femminismo al carro della sinistra, moderata o estrema: pensare che il problema dell’autoritarismo consista in chi lo esercita (nella sua appartenenza di classe o di genere), anziché nel potere in sé. Non sono mai stata d’accordo. Così come è il potere di classe in sé a dover essere distrutto (lo Stato borghese non va certo sostituito con quello operaio), allo stesso modo è il potere di genere in sé a dover essere distrutto (il patriarcato non deve affatto essere sostituito con qualsiasi altro “arcato”, matriarcato in testa). So bene che gran parte degli uomini sono dei veri pezzi di merda ma, se è per questo, so pure che gran parte delle donne sono delle perfette stronze. Questo perché siamo tutte e tutti modellate e plasmati dall’ordine dominante, che ci insegna e ci obbliga a rispettare le sue leggi, le sue norme, i suoi ruoli, e ad identificarci nei suoi stereotipi. Per me la liberazione è un divenire che comincia con la diserzione da queste imposizioni, col loro rifiuto, non con la loro inversione o con il loro attraversamento. Ai miei occhi la miseria del femminismo 3.0 consiste proprio nel sostenere il dovere di questa inversione e questo attraversamento. Poiché la maggioranza degli uomini e delle donne non lo assolvono, vengono additati colpevoli di eterosessualità — considerata un immobilismo affettivo e carnale sintomo di complicità con l’oppressione — ed in quanto tali esclusi dalla vera liberazione sessuale che diventa così appannaggio delle sole minoranze sessuali (e nemmeno di tutte, sia chiaro, giacché certe “perversioni” sgualcirebbero la rispettabilità della causa LGBT).
Tralascio ridicole pretese come quella di conoscere i segreti dell’alcova altrui, riflesso dell’interiorizzazione della fine della riservatezza (a sua volta frutto della perenne condivisione online della propria vita, imposta via via dal dominio tecnologico), o come quella di ritenere che l’inclinazione sessuale sia di per sé significativa di qualcosa. Ma se già è inaccettabile che la maggioranza quantitativa di una inclinazione sessuale venga eletta a norma, decretando così l’aberrazione qualitativa delle minoranze, lo è altrettanto il puerile espediente difensivo messo in atto da queste minoranze: fare dell’appartenenza alla maggioranza una colpa oggettiva. Al largo, più al largo possibile dal demenziale delirio di una guerra civil-sessuale, dove l’astio per gli «sporchi omosessuali» fomenta l’astio per gli «sporchi eterosessuali», la diserzione dai ruoli si offre alla portata di ogni singolo individuo quale che sia il suo cromosoma, la fonte del suo piacere ed il nome del suo amore. Ma mi rendo conto che si tratta di una aspirazione mia e di pochi altri esseri umani.
Non mi pare sia la stessa di chi ha curato questa antologia delle Rote Zora. Prima riga dell’introduzione: «Rote Zora è una rete di gruppi composta da donne e lesbiche che ha portato…». Stropiccio gli occhi, convinta ingenuamente che si tratti di un refuso. No, non lo è, dato che verrà ripetuto fino allo sfinimento ovunque possibile. Donne e lesbiche? Quindi le lesbiche… non sono donne! Non conoscevo questa interpretazione (presumo ereditata da Monique Wittig, teorica femminista lesbica francese accasciatasi appena ha potuto sulle cattedre statunitensi), forse introdotta dopo la mia breve esperienza nel circuito femminista, ma trovo che presenti due aspetti alquanto discutibili. Il primo, di colore se così si può dire, è che in questa maniera viene specularmente confermato l’antico luogo comune maschilista secondo cui gli uomini, i «veri» uomini, quelli «sani», quelli «normali», sono soltanto quelli che amano le donne; gli altri, quelli che si amano tra di loro, non meritano di essere considerati uomini (preso atto di ciò, resta solo da scegliere se trasudare grettezza definendoli «finocchi», o se ostentare correttezza politica definendoli «gay»). Le curatrici di questa edizione sembrano pensarla allo stesso modo, pur rovesciandone la prospettiva: sono le donne a non essere degne di essere considerate lesbiche (qui però un dubbio mi assale: ma gli esseri umani col doppio cromosoma X la cui sessualità non desidera né Priapo né Saffo, come vanno definiti?).
L’altro aspetto, assai più importante, è che questa distinzione fra donne e lesbiche sarà anche una consuetudine all’interno del movimento femminista odierno, ma di certo non veniva adottata dalle dirette interessate, ovvero le aderenti a Rote Zora, le quali — forse perché a salutare digiuno di teorie universitarie yankee radical chic — si consideravano semplicemente donne (alcune lesbiche, altre etero). Il problema accennato nell’introduzione del libro, quello generato dalla lingua tedesca — per cui le parole «donna», «madre» e «moglie» hanno una medesima e quindi odiosa matrice —, che costringeva le Rote Zora ad usare il termine «donna-lesbica», in italiano non si pone. Anzi, erano loro stesse a dolersi del fatto che questa definizione «può dare l’impressione che le lesbiche non siano donne», così come erano consapevoli che «la continua ripetizione di chi siamo e da dove proveniamo ha rischiato di trasformarsi in sigillo identitario che consegna le categorie sociali all’immodificabilità biologica, da cui non esiste via di scampo». Dunque, perché mai introdurre una differenziazione che non esisteva nelle teste di quelle compagne tedesche? Perché così è più facile trasformare la lotta delle Rote Zora contro il patriarcato nella lotta contro l’eteropatriarcato invocata dalle loro editrici italiane?
Personalmente trovo assai fastidioso imporre al chiaro passato ribelle altrui le proprie griglie interpretative, soprattutto quando queste sono rifornite dal presente istituzionale più fessoterico. Per le curatrici del libro si tratta probabilmente di correggere ed aggiornare le Rote Zora, prestando loro nuovi significati inediti all’epoca e che — qualora li avessero conosciuti — non avrebbero potuto fare a meno di condividere; ma per me si tratta di pura manipolazione, di impoverire una esperienza vivente prosciugandola del senso originale assegnatole da chi l’ha vissuta direttamente, per contrabbandarne uno a proprio uso.
Per altro questo metodo è presente fin dal sottotitolo del libro, laddove si sbandiera la «guerriglia urbana femminista» pur sapendo che tale termine venne anche criticato dalle Rote Zora verso la fine della loro esperienza («oggi il piano di guerriglia non è il nostro traguardo, poiché è orientato a conseguire la conquista del potere attraverso formazioni militari. Noi non vogliamo conquistare il potere patriarcale, bensì distruggerlo. La storia ci insegna che la conquista del potere, realizzata per mezzo di formazioni militari autonome, è soltanto un cambio di dominio patriarcale»). Dal che se ne deduce che l’autocritica delle Rote Zora sarà anche lodevole, ma non tenerne conto è strumentale.
Questi controsensi non scivolano indisturbati durante la lettura, si agitano sotto i miei occhi dandomi la nausea come il fetore emanato dalla brodaglia riscaldata con fervore dalle curatrici di questo libro: il potere è solo quello degli «uomini», i quali scrivono la «storia ufficiale» e «si considerano rappresentativi dell’umanità». Poiché siamo nel 2018, mi sembra che si tratti di ottime considerazioni se si vuole fare della lotta contro il patriarcato una barzelletta. Altrimenti è impossibile negare che anche il potere non ha genere, e quindi in quanto tale piace non solo alle eterosessuali come Angela Merkel o Hillary Clinton, ma pure a bisex come la governatrice dell’Oregon Kate Brown o la senatrice del South Dakota Angie Buhl, e persino a lesbiche come la governatrice dell’Ontario Kathleen Wynne o l’ex premier islandese Jóhanna Sigurdardóttir (per non parlare della casereccia deputata Paola Concia, la cui pratica lesbica della teoria femminista non le ha impedito di approcciarsi occasionalmente a CasaPound). Ma poiché questi sono alcuni dei «nodi» odierni che guasterebbero il consumo della «narrazione» — il cui scopo è suscitare tacita ammirazione, mica riflessione critica —, si preferisce trascurarli.
Incredibile è poi la disinvoltura con cui nell’introduzione viene abbordata la questione della violenza liberatoria delle donne. In Italia «a partire dagli anni 70, nel movimento delle donne si assiste ad un rifiuto dell’uso della violenza», con conseguente «allontanamento e presa di distanza dalle donne che ne fanno uso». Quali donne? Ma «le militanti delle organizzazioni combattenti», ovviamente, come quelle evocate nel libro Mara e le altre. Buono a sapersi che il punto di riferimento storico delle curatrici del libro, per la loro analisi sull’uso della violenza delle donne contro il patriarcato qui in Italia, è il rapporto intercorso negli anni 70 fra la politica del femminismo e le staliniste armate. Approccio casuale o approccio di parte? Fatto sta che su quel vecchio libro di sinistra è effettivamente possibile reperire tracce poco note della rabbia femminile dell’epoca: «È difficile considerare la consistenza di questi gruppi che sfuggono a qualsiasi sommaria classificazione, così come a qualsiasi radiografia o mappa, del resto necessariamente imprecisa o poliziesca. Non si tratta infatti di gruppi organizzati in modo costante, con una vita politica legata esclusivamente alla preparazione e alla messa in opera delle azioni, quanto piuttosto di gesti e azioni sporadici e spontanei, di gruppi che si coagulano, nascono e si organizzano in occasione di un determinato e specifico obiettivo, per poi sciogliersi. E tutto questo è dimostrato, tra l’altro, anche dalla varietà e dalla non continuità delle firme, molte delle quali sono addirittura degli slogan e come tali intendono rappresentare uno stato d’animo di ribellione piuttosto che un’avanguardia costituita da donne armate». Edotte da queste esperienze, le curatrici del libro sulle Rote Zora giungono alla conclusione che «Sicuramente in Italia non si sviluppa un gruppo femminista di guerriglia urbana strutturato a lungo termine come le Rote Zora. Tuttavia, come nella RFT, le azioni dirette illegali e in generale la riappropriazione della violenza, intesa come necessità di autodifesa dall’oppressione patriarcale, sono sicuramente parte integrante del percorso politico di molte femministe».
Una logica impeccabile, che va però riassunta per assaporarla in pieno. Dunque, anche qui in Italia la politica del «movimento delle donne» rifiutava l’uso della violenza, ma molte donne in carne ed ossa no. Alcune di loro entrarono nel Partito armato, dove l’ortodossia pretendeva si avessero occhi solo per la classe operaia. Molte altre invece, senza il contributo delle «militanti combattenti», passarono all’azione diretta. E, come fanno notare le curatrici, lo fecero al di fuori di un gruppo strutturato a lungo termine, ovvero in maniera del tutto informale e anonima. L’osservazione è mooolto interessante, però fa scattare un’ovvia domanda destinata a restare senza risposta: ma allora, stante così la situazione, perché farsi in quattro per rispolverare i gruppi strutturati stranieri quando sarebbe stato più immediato tirare fuori dal dimenticatoio la selva oscura che cresceva sotto casa? Forse perché non è tanto la rabbia femminile che «agisce violenza» ad attirare chi narra ideologia, quanto la sua possibile rappresentazione politica?
Sono cattiva, lo so. D’altronde perfino Marguerite Yourcenar si riferiva ai soli uomini quando affermava che «non bisogna esagerare con l’accusa di ipocrisia, la maggior parte pensa troppo poco per pensare doppio». Sono poco generosa, lo so. Più di tanto dalle ammiratrici di Mara e le altre non posso pretendere, già hanno dovuto rinunciare al grande Partito a favore delle piccole bande, già non scordano di fare l’immancabile occhiolino alle teorie libertarie concedendo che «continua ad essere attuale l’urgenza di una tensione antiautoritaria che individui nello Stato e nei suoi tentativi di assimilare le lotte un chiaro nemico» (che appena il venticello muterà direzione e l’antiautoritarismo diventerà rimandabile, si potrà passare a ben altra attualità). Mantenessero un minimo di contegno logico, sarebbero più plausibili.
Mi ritrovo invece a leggere assurdità come questa: «il monopolio della violenza patriarcale che a livello istituzionale è in mano a esercito e apparato repressivo, a livello sociale è in mano agli uomini. Storicamente le donne sono state escluse da questo monopolio, il cui scopo è proprio quello di sottometterle». Frase che vorrebbe essere chiara, ma che produce solo un cortocircuito mentale. Il monopolio istituzionale della violenza non è affatto precluso alle donne in quanto tali (basti pensare a quante donne etero, bisex e lesbiche, fanno parte di eserciti ed apparati repressivi, anche in posti di comando). Il monopolio della violenza patriarcale è ovviamente precluso alle donne, tanto quanto quello della violenza matriarcale lo sarebbe agli uomini. Ma il problema a mio avviso non è quello di venire «incluse» nel monopolio della violenza, quanto di porre fine a qualsiasi monopolio. Dato che lo scopo di ogni monopolio della violenza è di sottomettere qualcuno, chiunque sia, per quanto mi riguarda è un vanto il non volerlo esercitare. Bisognerebbe lasciare ai più infami degli uomini e alle più infami delle donne l’ambizione di possedere questo infame privilegio, sia esso praticato da militari che da amazzoni. Sfidare tale monopolio è un passo minimo per ogni percorso di liberazione, ma il fine di questa sfida non è affatto sostituire un monopolio con un altro monopolio, oppure ottenere un duopolio, quanto restituire ad ogni singolo individuo la possibilità di usare la forza. Le compagne di Rote Zora lo avevano capito perfettamente («Secondo noi il potere è inscindibilmente connesso al dominio, perciò vogliamo combattere il dominio patriarcale e arginare il potere. Con lo slogan “Potere alle donne!” esprimiamo la voglia di diventare più forti, di farci valere, ma così facendo trascuriamo il fatto che esercitare il potere ha sempre e soltanto significato dominare. Se facciamo il paragone linguistico “Potere alle donne” – “Potere ai dominanti” ci rendiamo conto di quanto i concetti che usiamo siano inesatti e poco ragionati e di quanto abbiamo interiorizzato il pensiero patriarcale… consideriamo inutilizzabile il concetto di potere nella descrizione della nostra politica e dei nostri scopi e di conseguenza lo impieghiamo soltanto in riferimento ai rapporti dominanti. Non vogliamo né prendere il potere, né misurare le nostre forze sullo stesso piano dell’avversario»), le militanti combattenti staliniste no, le ammiratrici odierne un po’ delle une e un po’ delle altre (a seconda dell’attualità dell’urgenza o dell’urgenza dell’attualità)… boh.
E non posso fare a meno di chiedermi come si possa trarre ispirazione dalle Rote Zora per agire «oltre i limiti della legge ma anche lontano dalle istituzioni, in autogestione e orizzontalità… anche fuori dagli schemi femminili prestabiliti dalla norma patriarcale», quando poi si interpretano le loro idee alla luce di concetti forgiati da chi serve le istituzioni. Possiamo definire le analisi delle Rote Zora «intersezionali» solo ficcandoci in testa e in bocca questo termine coniato nella facoltà di giurisprudenza di una università degli Stati Uniti. Non basta che l’autrice sia donna e per di più nera (due minoranze oppresse in un solo corpo! la buona coscienza bianca occidentale trema dall’emozione ed ammutolisce per i sensi di colpa) per renderlo appetibile. Allo stesso modo, «assumendo le elaborazioni dell’analisi trans — possiamo chiamare cisgenere» il soggetto politico femminista a cui le Rote Zora si riferivano — certo, a patto di pensare che ripetere dei tecnicismi (magari escogitati da un sessuologo maschio) significhi saperla più lunga.
Quanto a me, rimpiango Voltairine de Cleyre e le sue semplici parole contro la costruzione del ruolo di genere pronunciate nel 1890, e sputo sulle odierne chieriche dei gender studies e sul loro insopportabile gergo cattedratico condito con la loro supponenza di genere.
Suona poi alquanto sibillina la brusca puntualizzazione fatta dalle curatrici di questo libro: «Lo diciamo fuori dai denti: se si guarda con diffidenza a lotte e pratiche femministe ci si scordi di elogiare le Rote Zora perché usavano la dinamite. Un’analisi non superficiale dell’oppressione patriarcale ci porta inevitabilmente anche ad un percorso di autocoscienza e di cambiamento personale, i quali trovano espressione in forme altre rispetto al puro attacco. Negare o minimizzare questo fatto equivale a non comprendere la complessità della lotta femminista. Quest’ultima ha molti volti, e ovviamente non tutti ci rappresentano. Tuttavia crediamo che la discussione riguardo ai metodi da impiegare per lottare contro il patriarcato debba essere fatta tra chi ha nel proprio orizzonte l’urgenza del suo abbattimento». Non capisco bene con chi ce l’abbiano, presumo con quelle compagne capaci di infiammarsi per le Rote Zora ma freddine verso la psicanalisi di gruppo (benché le stesse Rote Zora criticassero il percorso intimista intrapreso dal femminismo). Oppure si tratta di un velato invito a non storcere il naso di fronte alla sorellanza neo-moderna, quella che compie il miracolo compositivo di far sedere fianco a fianco donne pro-abortiste e donne anti-abortiste? Nel dubbio, lo dico anch’io fuori dai denti: un’analisi superficiale dell’oppressione patriarcale porta inevitabilmente al rispetto per tutte le lotte e le pratiche femministe. Se in nome della loro complessità non si guarda con ostilità a certe lotte e pratiche femministe, soprattutto a quelle accademiche, desistenti e filo-istituzionali, ci si scordi di elogiare le Rote Zora perché usavano la dinamite.
 
Mentre faccio queste riflessioni, continuo ad interrogarmi sulla bontà dell’intenzione che evoca il ritorno del femminismo militante. Le Rote Zora sono scomparse nel 1995. Da allora il panorama sociale si è modificato vorticosamente. Sotto il dominio tecnologico, la stessa storia è diventata un archivio di dati manipolabili all’infinito: fatti e persone, ragioni e passioni, tutto frantumato, separato, omologato, incrociato, ricombinato. Riconfigurazioni che si susseguono ad una velocità tale da rendere pressoché inutile lo sforzo di assegnare un senso preciso a quanto ci circonda, il che spiega il motivo per cui oggi non si facciano più discussioni ma al massimo delle «chiacchierate», come se si considerasse una perdita di tempo soffermarsi a riflettere su ciò che nel giro di un attimo potrebbe già essere cambiato. Ecco perché siamo infestati da «narrazioni» che lisciano il pelo al passato per non dire nulla sul presente, lisciano il pelo al presente per non dire nulla sul futuro, lisciano il proprio pelo e basta. Come si scusano le curatrici del libro sulle Rote Zora, «assumersi la complessità del reale è imprenscindibile, nonostante ciò non possiamo sciogliere tali nodi in queste poche righe». Più che non scioglierli, non vengono toccati neanche di striscio.
Faccio un paio di esempi. Le Rote Zora attaccavano i negozi di materiale pornografico, per protestare contro la mercificazione e l’umiliazione del corpo femminile. Ma oggi una parte del femminismo non è affatto contraria all’industria pornografica, anzi. Ora, la discrepanza è tale da non lasciare molto margine agli equilibrismi: o le vecchie femministe delle Rote Zora erano delle bigotte, oppure le nuove femministe 3.0 hanno introiettato un certo immaginario consumistico maschile. Pensare di scavalcare questa eclatante contraddizione con una frettolosa noterella editoriale riservata all’anteprima della presentazione («ci teniamo a specificare che in alcune correnti del femminismo sono state portate avanti riflessioni su un altro possibile ruolo dei sexy shop e sulla riappropriazione della pornografia. Per esempio sono nati i sexy shop per donne!») non è solo imbarazzante, è penoso.
Un altro esempio è dato dall’attacco frontale ai capisaldi del femminismo da parte di alcune donne originarie di paesi non occidentali, ovvero di quei paesi i cui movimenti di lotta vengono difesi a spada tratta dagli anti-imperialisti. Penso a Houria Bouteldja, ad esempio, il cui libro è stato pubblicato qui in Italia proprio dalla casa editrice fondata da… il consorte di Mara (mentre in Francia è stato pubblicato dal versatile editore del Comitato Invisibile). Se una donna bianca occidentale avesse pubblicato un libro in cui sostiene con orgoglio che il suo corpo non le appartiene, giacché appartiene alla sua famiglia, al suo clan, al suo quartiere, alla sua razza, alla sua nazione, alla sua religione… e che quindi le donne oppresse stuprate devono difendere i propri stupratori, se appartenenti alla stessa comunità, per non darli in pasto alla giustizia dei padroni (ops, è più o meno quanto sostenuto dalle Miserabili Donne di Merda contro la ragazza stuprata a Parma)… beh, sarebbe stata subissata dagli insulti, come meriterebbe ogni becera oscurantista reazionaria. Ma se a sostenerlo è una militante franco-algerina del movimento decoloniale, allora… allora per lei si aprono i cataloghi delle case editrici di estrema sinistra, si aprono i microfoni delle radio di estrema sinistra, si aprono le porte degli spazi (di delatori) di estrema sinistra.
Ecco, non sono sicura che le analisi anti-imperialiste delle Rote Zora siano di grande aiuto a questo proposito, con o senza citazioni di Rosa Luxemburg. Ma chi manifesta così tanta «urgenza» ad abbattere il patriarcato farebbe bene ad affrontarla, tale questione (soprattutto considerato che Bouteldja ha ricevuto il sostegno di una esponente del movimento LGBT come l’attrice Océanerosemarie). Solo che, per riuscirvi, temo che dovrà dire addio alle narrazioni facili da smerciare e consumare, per dedicarsi ad un pensiero critico sicuramente più ostico da diffondere ed approfondire.
Come dicevo all’inizio, a quanto pare il femminismo militante sta tornando in auge, per lo meno sulla carta… Grande è la confusione sotto i cieli. La situazione è tragicomica.
 
 
[11/6/18]
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[Roma] Gotica diurna del solstizio d’estate all’Idea

GIOVEDI’ 21 GIUGNO 2018

GOTICA DIURNA del Solstizio d’estate

L’ONDA che VIOLA dogmi e codici

TRAVOLGE canoni imposti

dalle 18

LICHTUNG – Letture dal buio

VIBRAZIONI DarkWave – DJ*Desdemona e MaxPolemica

LIBAGIONI

CENA VEGAN


Allo Spigolo sul crocicchio Tra Via Braccio da Montone e Via Fanfulla da Lodi

La biblioteca è aperta martedì e venerdì dalle 17 in Via Braccio da Montone 71^

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[Roma] 26 anni di indomita autogestione a Torre Maura Occupata

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[Roma] Concerto benefit a Torre Maura occupata

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[Firenze] Presentazione di: “Taoismo e Anarchia” alla “Vetrina dell’editoria e delle culture anarchiche e libertarie”

Il libro:

“Taoismo e Anarchismo sono due visioni del mondo apparentemente lontanissime tra loro per collocazione storica e culturale che rivelano, a uno sguardo ravvicinato, affinità e relazioni sorprendenti. Il Taoismo, cresciuto nel cuore della Cina antica, sostiene da venticinque secoli l’idea di una possibile sintonia tra umanità e natura attraverso una pratica (wu wei) capace di armonizzare individui, collettività e l’intero universo senza svilire il singolo né consentire a uomini astuti e feroci di utilizzare il governo per imporre il proprio dominio. L’Anarchismo, recentissimo a suo confronto, è una teoria-prassi compiutamente formulata negli anni della Rivoluzione industriale che vede nel governo (qualunque governo) e nello Stato (ogni Stato) inaccettabili forme di organizzazione autoritaria volte alla perpetuazione del privilegio di vecchi ceti o alla formazione di nuove classi dominanti e che si propone la conquista della libertà universale – l’Anarchia – come obiettivo prioritario.

Attraverso il confronto tra testi taoisti antichi e medioevali e le idee portanti dell’anarchismo occidentale, si fanno strada alcune possibili ipotesi per non rassegnarsi a un presente-futuro in cui le strutture di dominio divengono di giorno in giorno meno individuabili e le architetture del potere più proteiformi e labirintiche, avanzando incessantemente nell’erodere le possibilità che ognuno di noi ha nel decidere la propria vita.”

SABATO 23 SETTEMBRE ORE 12.30 durante “Vetrina dell’editoria e delle culture anarchiche e libertarie”. 

 
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[27 settembre, Rho-Milano] Non un incontro qualsiasi

Non un incontro qualsiasi

27-28 Settembre 2017
SingularityU Italy Summit – RHO

La Singolarità è una metafora presa dalla fisica da Ray Kurzweil, fondatore della Sigularity University, per descrivere il processo tecnologico che arriverà a fondere l’umano con la tecnologia. Dunque, l’Università della Singolarità si pone come obiettivo quello di preparare i leader ad applicare tecnologie esponenziali per rispondere adeguatamente ai cambiamenti antropologici, sociali, ecologici che il mondo tecnologizzato richiede.
Un obiettivo che, evidentemente, porta avanti egregiamente dal momento che, dalle sue porte, escono i maggiori dirigenti e ricercatori transumanisti mondiali e che alcuni di loro confluiscono poi al MIT (Massachusetts Institute of Technology), una delle più importanti università di ricerca al mondo; nella DARPA, una agenzia governativa del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti per lo sviluppo di nuove tecnologie per uso militare; in Google; in Microsoft, solo per citarne alcune…
Sicuramente il fatto che si trovi nella Silicon Valley, su un terreno della NASA, e che abbia Google tra i suoi maggiori finanziatori, è un’ulteriore conferma di quanto l’idea di mondo che propone sia condivisa con chi crea e fa sì che vengano perpetuate le condizioni del disastro ecologico e sociale in cui ci troviamo. A questo disastro poi si vorrebbe trovare una “soluzione”, mettendoci una pezza.
Ma non c’è nulla di cui preoccuparsi! La pezza pare sia stata trovata ed è una pezza artificiale e robotizzata. Infatti attraverso l’impiego della tecnologia si pensa di poter affrontare quelle che in questo convegno chiamano “le grandi sfide dell’umanità”: ci viene assicurata la possibilità di un futuro radioso. Un futuro che, in risposta alla paura della morte e al desiderio d’immortalità, promette la cura delle malattie, l’assorbimento degli inquinanti dall’ambiente, la sconfitta della povertà e delle carestie.
Questa favolosa prospettiva va però barattata e, in cambio, si richiede la completa accettazione di questo mondo tecnologizzato. Dichiarando di rispondere al desiderio di una vita migliore e libera dalla sofferenza e dal limite, i transumanisti stanno progettando un mondo artificiale, informatizzato, robotizzato, ingegnerizzato e nano tecnologico. Ma non bisogna cadere in questo facile tranello: più tecnologia non ha portato e non porterà  maggiore libertà e felicità ma anzi, porta all’esatto contrario. Queste tecnologie in quanto strumento di potere non possono portare ad altro che al mantenimento e all’accrescimento di quest’ultimo e a una sempre maggiore pervasività e manipolazione dei corpi. La singolarità non è solo la creazione di macchine super intelligenti: è prima di tutto la nascita di un nuovo regime totalitario dove umani dominano sugli altri esseri viventi e sul mondo circostante per mezzo delle nuove tecnologie. Un regime dove l’essere umano, ormai sicuro di poter manipolare ciò che lo circonda secondo le proprie esigenze, può illudersi di essere libero rincorrendo il suo sogno di perfezione, potenziandosi e cancellando ogni confine e ogni limite fisico per dare vita al Cyborg.
In questo mondo i corpi, gli elementi naturali, non costituiscono più un fondamento indisponibile ma divengono fruibili, manipolabili, migliorabili. La Singolarità che ci viene propinata da questi tecnoscienziati non corrisponde all’unicità, alla singolarità dell’individuo, bensì all’uniformità e alla omologazione frutto dello sviluppo tecnologico. Un guru delle tecnoscienze ha lanciato un avvertimento ai suoi fedeli che si potrebbe estendere agli oppositori: “Non state da parte di fronte alla Singularity, avete la possibilità di dirigere il vostro sforzo nel punto di maggior impatto, l’inizio”.
Lottiamo contro questi processi e questo tecno-mondo, sentendone l’urgenza, prima che sia troppo tardi.

“Ah, il sogno dell’immortalità, avere i propri pensieri, sogni e personalità impressi nella sicurezza del silicone, pulito e brillante, invece che nel loro odierno corpo di carbonio, con la sua tendenza a marcire.” – Armageddon, da Terra Selvaggia num.18, 2005, tradotto da Green Anarchy.

Assemblea ecologista “Le Ortiche”

Mercoledì 27 Settembre
Presidio dalle ore 7.00 alle ore 14.00
Viale degli Alberghi, porta sud della fiera di Milano – Rho

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