[Lecce] Nasce la Biblioteca Anarchica “Disordine”

Disordine

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[L’Aquila] Villa Harcore Fest #2

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A-Bestial Productions presenta: VILLA _ (H)-ARCORE _ FEST#2

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〈〈〈 LIVE w/ ➊➑ Bands!!! 〉〉〉+ guests!
▪ START _ore: ‷17:00‷ _ [7+9ore_No!Stop]
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▶ INGRESSO a Offerta Libera
▶ BUFFET Vegan by La Cucina Vegana di Ambretta & ValleVegan
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ValleVegan – Valle Pezzata & Agripunk Onlus presentano:
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▪ [Venerdi 17] _ore: ‷18:00‷ /// [Sabato 18] _ore: ‷17:00‷
▶ INCONTRI su: “Liberazione Animale, Umana e della Terra”
*rifugi per animali, esempi di convivenza / le lotte comuni / l’ecologismo etc.
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▶ Spazio DISTRO / BANCHETTI
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▶ DISTRO Informativa Antispecista (materiale gratuito)
_Progetto Vivere Vegan Onlus _Essere Animali _Animals Asia
▶ BANCHETTO _Agripunk Onlus + Dolci Punx Vegan Bio _DIY
▶ DISTRO Informativa _Casa del Popolo _Campetto occupato
▶ Sbattezzo POINT _UAAR Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti
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▶ DISTRO Dischi _CD/LP & Fanzine
▶ DISTRO T-Shirts _A-Bestial Fest
▶ DISTRO Libri _alimentazione viva / geoingegneria clandestina
▶ DISTRO DVD _Scie chimiche: la guerra segreta.
▶ DISTRO Book – “Art Meets Conspiracy” _The Political Art of David Dees
▶ DISTRO _No Autodromo _Movimento NO Autodromo
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▶ PETIZIONE sull’utilizzo di animali in spettacoli ed altri intrattenimenti
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▪ In serata:
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▶ L’Aquila _Fire Juggling
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▪ [Venerdi 17] – START _ore: ‷20:15‷ concerti con:
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✖ Inganno hc ✖
➢➢➢ Taranto – Punk-Hardcore
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✖ KEEP THE PROMISE ✖
➢➢➢ Modena – Hardcore-Metal
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✖ Maxcarnage ✖
➢➢➢ Roma – Punk ’03
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✖ Violent Inner Protest ✖
➢➢➢ Macerata – Metalcore
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✖ Beneficio Del Dubbio ✖
➢➢➢ Civitavecchia – Hardcore
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✖ Matalahurra ✖
➢➢➢ Abruzzo – Metal-Punk-Hardcore
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✖ YES NO MAYBE ✖
➢➢➢ Pescara – Punk-Hardcore
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✖ MalClango ✖
➢➢➢ Roma – Noise-Punk
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▪ In chiusura:
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✖ Rak Shaza ✖
➢➢➢ Taranto – Rap-Hardcore ’09
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▪ [Sabato 18] – START _ore: ‷18:45‷ concerti con:
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✖ Hobos ✖
➢➢➢ Venezia – Metal-Punk
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✖ Mucopus ✖
➢➢➢ Torino – Punk-Hardcore ’95
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✖ MuD ✖
➢➢➢ Teramo – Ignorant Hardcore ’04
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✖ Angossa ✖
➢➢➢ Verona – Punk-Hardcore
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✖ Mefitica ✖
➢➢➢ Carpineto Romano – Crust-Necro Hardcore
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✖ GMC – Grande Mietitrice di Cervelli ✖
➢➢➢ Andria – Punk-Hardcore
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✖ Vlad’s Vertical Pole ✖
➢➢➢ Modena – Grind-Metal
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✖ Genocidio Chimico ✖
➢➢➢ Teramo – Crust-Punk-Grind
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✖ BREFOTROFIO ✖
➢➢➢ Lanciano – Crust-Hardcore
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✖ Krysto ✖
➢➢➢ Teramo – Noise-Grind
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▪ In chiusura:
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✖ DJ Eman ✖
➢➢➢ L’Aquila – Breakcore

 

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[Spagna] Gabriel Pombo da Silva è libero!

Il compagno anarchico Gabriel Pombo Da Silva è finalmente libero nonostante l’empasse che si era creato attorno alla sua scarcerazione per conclusione della condanna.

seguiranno aggiornamenti

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[Benevento] Manifesti anti-elettorali, fermati tre anarchici.

Alla vigilia delle elezioni comunali del 5 giugno, tre anarchici sono stati fermati e portati in questura per l’affissione di manifesti astensionisti e anti-elettorali. Una quarantina di solidali si è radunata per richiederne il rilascio, avvenuto poco dopo.

Seguono copie del materiale affisso:

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E’ uscito Metamorfosi sulla trasformazione della città e la morte sociale

riceviamo e pubblichiamo:

Abbiamo pubblicato una raccolta di scritti riguardo alla trasformazione delle piazze, delle città, e di Napoli in particolare. E’ possibile richiedere copie all’indirizzo louisemichel1977@gmail.com il prezzo è 2 euro a copia, 1.50 se le copie sono almeno 5.

Riportiamo di seguito l’introduzione:

Il materiale che vi apprestate a leggere è frutto di alcune discussioni nate dall’esigenza di riflettere e fare chiarezza sulle trasformazioni in atto nella città in cui viviamo.

Napoli è una città particolare che, a differenza della maggior parte delle città europee, non ha subito ancora quella sterzata definitiva verso una risistemazione urbanistica e sociale. La città infatti mantiene ancora, in alcuni quartieri e in particolare nel centro storico, una sovrapposizione di fasce sociali e culturali che condividono lo stesso territorio, non ancora completamente assorbito dai progetti di ristrutturazione messi in atto in altre città.

Ma l’intento di trasformare Napoli in nome del progresso e della ristrutturazione delle politiche di sfruttamento era già in atto dalla metà degli anni 80, quando fu finalmente approvato il progetto di costruzione del centro direzionale che avrebbe dovuto ospitare la “city”, cioè il centro nevralgico delle attività amministrative e non solo. Il progetto fu ultimato nel 95, quasi in contemporanea con l’apertura del primo tratto della linea 1 della metropolitana che sembrava dovesse più unire che dividere, come di fatto è avvenuto, le distanze a volte incommensurabili che esistono all’interno del territorio napoletano.

Altri progetti volti al cambiamento di faccia della città si sono succeduti nel tempo, determinando in alcune zone, grazie all’apertura delle stazioni della metropolitana e ai concomitanti lavori di ristrutturazione dell’arredo urbano circostante (così come è avvenuto a Montesanto con il rifacimento della stazione della Cumana), un aumento dei prezzi degli affitti che hanno provocato un primo allontanamento di alcune fasce della popolazione storicamente residente. Un allontanamento lento però, poiché la città, per tutta una serie di fattori coincidenti, ha opposto resistenza al processo di gentrificazione che le varie componenti politiche tentano da sempre di spingere. Tuttavia negli ultimi anni questo processo ha subito un’accelerazione notevole che è diventata più che tangibile in particolare nel centro storico.

Sono anni che nelle menti dei napoletani è stata innestata la convinzione, grazie a martellanti scambi di opinione mediatici in tutte le salse e in tutte le forme, che per risolvere gli annosi problemi della criminalità e della disoccupazione basterebbe una rivalutazione delle risorse culturali e l’incentivazione di politiche volte a incoraggiare il turismo. Perché se arriva il turista a Napoli c’è più lavoro, meno criminalità, meno sporcizia, tutto sarebbe più bello. E così, tra un’agevolazione fiscale per l’apertura di ogni forma di bed and breakfast, una serie di lauree triennali in ‘turistologia’, un accordo con le navi Costa, ecco che orde di turisti affollano ogni angolo della città antica partenopea, in cerca di pulcinella, presepi, mandolini e pizza a volontà. Non più scatti fotografici ai famosi sacchetti dell’immondizia, perché quella ce l’hanno nascosta sotto al tappeto, e ogni sorta di divertimento si offre al santo turista che è appunto sacro …e quando il turista ha bisogno di qualcosa…

La consacrazione del turista richiede uno sforzo da parte del napoletano a diventare più civile, a lavarsi la faccia e farsi da parte di fronte a un tale business che si presenta come una manna purificatrice. Un business che va coltivato nell’interesse di tutti, celando in realtà un unico interesse, quello dei pochi che traggono vantaggi economici e politici dalla trasformazione di luoghi da rivalutare e ingioiellare e di luoghi da ghettizzare o riadattare per altri profitti.

La riqualificazione urbana, con un effetto domino dal centro storico alla periferia investe inevitabilmente tutto il territorio cittadino, apre la strada alla ristrutturazione dei profitti, passando attraverso il concetto di ‘smart city’ fino alla spersonalizzazione di intere aree finora caratterizzate e vissute fisicamente dalla gente.

Tutto ciò è molto triste, ma ancora più triste è constatare che il grosso del cambiamento in corso è avvalorato e accompagnato da ogni forma di associazionismo e che una gran parte di quel movimento che si definiva antagonista ne sta accelerando la trasformazione in termini culturali più che strutturali, muovendo verso una pacificazione sociale sempre più estesa. L’appropriazione di spazi, chiamati liberati e in breve tempo riconosciuti dal comune stesso che li concede in affidamento, non ha altro scopo che favorire il cambiamento di qualsiasi atteggiamento oppositivo. Ogni minima posizione conflittuale si perde nella contrattazione democratica, ogni voce fuori dal coro rimane intrappolata dentro la petizione per l’installazione di un semaforo o la denuncia in commissariato di una vile aggressione fascista.

***

Gli articoli che troverete in questo opuscolo sono frutto sì di molte discussioni, ma non sono da intendere come una scrittura corale. Ciascun compagno ha provato a mettere nero su bianco ciò che nella discussione ha ritenuto interessante dal proprio punto di vista. Abbiamo analizzato la trasformazione sociale che ha portato la gente ad abbandonare le piazze, gli interessi del capitale che si nascondono dietro ogni politica di ristrutturazione urbana e sociale, la stretta interdipendenza tra città e territori limitrofi legati a filo doppio da bisogni energetici e ci siamo chiesti se ancora crediamo che valga la pena difendere questo tipo di città in metamorfosi costante. Con ciò non vogliamo fare un’operazione nostalgica su com’era bella Napoli prima e adesso invece… no, non è affatto nelle nostre intenzioni. Abbiamo conosciuto fin da bambini una città difficile da vivere, impastata da mani luride, succhiata e spremuta da ogni sciacallo si sia trovato a passare da queste parti. Questa che avete tra le mani è soltanto una riflessione su cosa ci ha portato a questo punto e cosa ci aspetta se non decidiamo una volta per tutte di prendere in mano le fila dei nostri destini, novelle Moire autopoietiche…

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Alle urne (funerarie)

da: blackshuck.noblogs.org

Su referendum e disastri ambientali.

In concomitanza con il referendum sulle trivelle, inscritto nel panem et circenses di quanti si illudono ancora che la democrazia abbia alcun valore, una macchia nera si è riversata nel letto del torrente Polcevera1, a Genthe-salt-of-the-earth-2ova, e ora sta raggiungendo il mare, soffocando ogni forma di vita. Che si tratti di idrocarburi, come nel caso delle trivelle, o di petrolio greggio, come nel caso di Cornigliano a Genova, quella che potrebbe sembrare una semplice coincidenza non è altro che il portato inequivocabile di un “magnifico” progresso destinato a implodere, ad autodistruggersi e a decretare l’annientamento del vivente.

In Liguria sono le spiagge a recitare il memento mori dell’ecocidio: il mare, a seconda delle correnti e delle maree, vomita nerume sulla sabbia, rigurgitando i veleni chimici di fabbriche come la Stoppani2, chiusa nel 2003 ma che continua a inquinare il sottosuolo, o le scorie del catastrofico incidente della petroliera Haven, che nell’ormai lontano 1991 esplose travolgendo in un inferno di fuoco i marittimi a bordo e buona parte della flora e della fauna circostante3.

Incidenti del genere non sono l’eccezione, ma la norma consolidata e accettata, con l’adagio frusto dei “danni collaterali”, di un sistema che ha come obiettivo primario lo sfruttamento indiscriminato e acefalo della terra e di ogni vita che respira, in nome del profitto di pochi padroni. Se chi tace è sicuramente complice, chi cede all’illusione di imporre la propria scelta in una cabina elettorale non è soltanto, oggi più che mai, un* pover* ingenu*, ma un* collus* con lo stesso sistema che pretende risibilmente di scalzare con un “Sì” e con un “No”.

Il passivismo qualunquista e pseudodemocratico si riempie la bocca di slogan propagandistici che invocano il voto “per salvare il mare”. Sono queste le semplicionerie che ci strappano un sorriso sarcastico, pratiche che non possono che ricordare il delizioso premio ammannito dal padrone al termine di un esercizio di addestramento.

Se vogliamo distruggere il sistema che ci distrugge, dobbiamo necessariamente prendere coscienza di noi stessi e delle azioni con le quali possiamo incidere sul reale. Il mare non verrà certo salvato delegando allo stato e, di conseguenza, ai padroni a cui sono soggiogati tutti i governi. Andate pure a votare, scendete in piazza a manifestare insieme alla vostra associazionegreen del cuore, con la beata convinzione di rivoluzionare il mondo perpetuando le stesse pratiche che lo condannano alla rovina.

Il mare muore ogni giorno non soltanto a causa delle trivelle, ma soprattutto per via delle forme socialmente accettate con cui viene sfruttato l’ecosistema marino, prima tra tutte la pesca. Risplende lampante una contraddizione: gli schiavi che si pensano cittadini provano scrupoli se l’ecosistema viene minacciato dalle infrastrutture di un sistema economico-energetico incompatibile, ma non si pongono il benché minimo problema se l’ecosistema muore per finire nella propria pancia. E se mangiare petrolio è l’amara nemesi di chi mangia sofferenza, non si può negare il fatto che sono sempre i più deboli a rimetterci: i pesci, prima; i meno abbienti,poi, perché non possono permettersi cibo sano, destinato solo ai ricchi.

L’errore fondamentale è che ogni questione politico-ecologica, dai “No” alle grandi opere ai referendum per la salvaguardia (sic!) dell’ambiente, viene sempre inquadrata in un’ottica esclusivamente antropocentrica. La devastazione del territorio, le catastrofi naturali o l’ennesima minaccia alla sopravvivenza di una specie animale (in genere, una specie addomesticata; in genere, una specie arbitrariamente ritenuta degna di vivere) vengono sempre affrontate come se la posta in gioco riguardasse solo l’umano, come se contassero solo le esigenze, gli egoismi e l’istinto di prevaricazione degli animali umani. Mai, o raramente, ci si immedesima negli altri animali, e quindi nella terra in toto, che occupano l’ultimo gradino nella scala gerarchica del mondo, che si pensano “creati” e messi a nostra disposizione, come detta il più bieco antropocentrismo di chiara impronta cattolica, come strumenti a uso e consumo della nostra specie.

Se vogliamo davvero la distruzione di questo sistema, dobbiamo tutti guardare al di là del nostro orticello, capire che il problema non consiste solo nel veder messa a repentaglio la nostra vita, ma piuttosto nel fatto che è a rischio la vita stessa del pianeta che ci ospita, e di tutte le altre creature che, come noi, meritano e hanno dignità di vivere, di provare emozioni e sentimenti, di godere della libertà.

Il cambiamento, il vero cambiamento, può diventare una realtà in strada, nei boschi, nel mare e nella vita di ognun* di noi solo distruggendo l’antropocentrismo.

Quando la terra grida vendetta, tocca a noi prendere le armi.

(1) http://www.ansa.it/liguria/notizie/2016/04/18/sversamento-greggio-in-torrenti-genova_392de867-7bd3-465c-8a7e-9ebd583a17ae.html
(2) http://www.today.it/cronaca/cogoleto-arenzano-bonifiche-legambiente.html
(3) http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2007/07/05/un-onda-nera-investe-il-ponente.html

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Benevento – Minaccia di sgombero per la Janara Squat

Riceviamo e diffondiamo:

Mercoledì scorso è stata notificata un’ordinanza di sgombero per la Janara Squat, l’occupazione anarchica sita in via Niccolò Franco a Benevento.
L’appello è naturalmente rivolto a tutte e tutti a tenere alta l’attenzione e seguire l’evolversi dei fatti per contribuire concretamente ad evitare e resistere allo sgombero della casa che ormai vanta più di 1 anno e 6 mesi di vita.

Seguono il testo e il volantino che stanno circolando per Benevento:

La Janara Squat è un immobile di proprietà del Comune di Benevento strappato all’abbandono, al degrado ed all’incuria dall’ottobre del 2014;
Dà un tetto a chi non vuole lasciarsi rapinare da padroni di casa assetati di soldi;
E’ uno spazio autogestito, nel pieno centro della città, attraversato da decine di beneventani e non, in cerca di rapporti orizzontali e non mercificati;
E’ un laboratorio di autoproduzione, dove intraprendere processi produttivi liberi dal ricatto del lavoro salariato, con all’attivo un microbirrificio artigianale ed un orto sinergico permanenti (oltre ad un forno a legna, ed una sala prove musicale in fase di realizzazione);
E’ una degna risposta al tentativo da parte dell’amministrazione di vendere gli immobili del Comune per tappare i buchi di bilancio frutto del clientelismo e della politica partitica; immobili che al contrario possono essere sottratti alla muffa e resi spazi sociali al servizio di TUTTI, e non solo di pochi privilegiati o degli “amici degli amici”;
La Janara Squat è un pezzo di questa città, e adesso è sotto minaccia di sgombero (fissato il 5 maggio).
Non sappiamo se si tratti di un iter burocratico innescatosi autonomamente, o se sia il chiaro tentativo dei padroni e dei politici di cancellare una meravigliosa esperienza che mina le dinamiche clientelari e ricattatorie a loro tanto care.

Sappiamo però che la Janara Squat è un pezzo delle nostre vite, che è nata con la Lotta e che, fino a che ne resterà una sola pietra, con la Lotta e la Solidarietà verrà difesa!

Arrivederci sulle barricate!

Janara Squat non si tocca!

AGGIORNAMENTO DEL 21/04

Irruzione al Consiglio comunale di Benevento

http://www.labtv.net/cronaca/2016/04/21/in-consiglio-irrompono-gli-anarchici-tensione/

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Firenze – Arresti, scontri e molotov contro caserma dei carabinieri

dai media di regime

Quattro bottiglie molotov sono state lanciate all’alba intorno alle 5 contro la caserma dei carabinieri di Rovezzano, a Firenze, facendo scattare ricerche a tappeto in tutta la zona. Due degli ordigni sono esplosi, provocando lievi danni alla facciata e bruciando il motore esterno di un condizionatore. Si tratta di un raid anarchico collegato a un episodio accaduto alcune ore prima. Verso mezzanotte e mezzo una sessantina di giovani si sono scontrati violentemente con polizia e carabinieri in via Generale dalla Chiesa. Tutto sarebbe partito quando i militari hanno controllato un ragazzo che camminava sul margine della strada: all’improvviso, un gruppo di anarchici che stava partecipando a un rave party in via Aretina in un’area aperta ha circondato l’auto dei carabinieri cercando di arrivare allo scontro. Tre persone sono state arrestate, una ragazza e un ragazzo di 28 anni e un altro di 25. Per loro le accuse sono di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale e danneggiamento. Il raid contro la caserma è scattato qualche ora più tardi, intorno all’alba.

Nella notte durante i controlli in via Aretina sono intervenute altre pattuglie di carabinieri e polizia: sono volati calci, pugni, bottiglie di vetro e altri oggetti. Una decina tra poliziotti, carabinieri e vigili urbani sono finiti in ospedale e sono poi stati dimessi con prognosi fino a dieci giorni. Sul posto anche vigili del fuoco e polizia municipale. Intanto, da stamattina, l’ingresso del tribunale di Firenze è presidiato dalle forze dell’ordine: nei giardini vicino al palazzo di giustizia si trovano una decina di antagonisti. La situazione, al momento, sarebbe comunque tranquilla. Da alcune ore sono scattate anche perquisizioni lungo via Aretina.

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Contro il referendum

da: alcunianarchiciudinesi

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Udine, giovedì 7 aprile 2016

Avevo pensato tempo fa di scrivere qualcosa su questo tema, non appena sentita la nuova eccitante notizia del rito democratico. Poi mi ero riproposto di lasciar perdere. Scusate, ma la poca attitudine della gente a chiamare gatto un gatto mi ha spinto a desistere dai miei propositi silenziosi e rompere ancora una volta i coglioni, attività nella quale credo di eccellere.
Ebbene, il 17 aprile 2016 la democrazia invita i suoi complici a recarsi alle urne per votare un referendum inerente (ma in realtà non su) le trivellazioni. Se ne sarà certamente sentito parlare: la sinistra, istituzionale, movimentista e libertaria che sia (pur sempre sinistra è), non fa che blaterarne da un po’.
C’è chi andrà a votare a favore delle trivellazioni. Il progresso è importante e se fa rima con “cesso” è solo per caso.
C’è “invece” chi andrà a votare contro le trivellazioni (a fianco dei fascisti di Forza Nuova) e si sentirà con la coscienza a posto, bravo, bello, ambientalista e soprattutto super-democratico. E passo passo, di giorno in giorno, di urna in urna (fino a quella finale), la Società, “la nostra casa comune”, sarà un posto migliore, magari pure col giardino e la casetta del cane. Certo, le trivelle ci saranno ancora, i petrolieri pure e il mondo che li genera anche, ma, per dio!, non si può mica volere tutto dalla vita, no? Bisogna sapersi accontentare. Soprattutto delle occasioni che la liberalità della democrazia ci dona. In fondo il Popolo si esprimerà, quel benedetto 17 aprile, alla fine del calendario dell’avvento. Potere del Popolo, demos… cratia… Bello, no?
C’è “poi” chi in genere non vota ma andrà a votare lo stesso. Sì, sì, lo so, la storia la conosco già: i politici e i partiti sono brutti e cattivi e noi abbiamo perso fiducia in loro, o – com’era?, ah, sì – “non ci sentiamo più rappresentati”, se proprio dobbiamo al massimo un votino “di protesta” qua e là, o addirittura siamo anarchici e libertari. Sì, a noi il nazionalismo non piace e la parola “partiti” neppure: meglio chiamarli federazioni… italiana, francese, iberica… Però questa è un’altra storia: basta purismi, per dio!, basta celodurismi, che cazzo!, se c’è di mezzo il nucleare o l’acqua pubblica (… pubblica?!) o le trivellazioni o i referenda si parla di democrazia diretta. Avanti, compagni, ops compagne, o compagn*, no compagnx, anzi compagn-, tutt* per la R*v*luz**ne!, f*n* alla pr*ss*ma urna!
C’è infine chi non andrà a votare. Si è obiettato infatti, e a ragione, che il referendum non è contro le trivellazioni, ma al massimo per impedire che le compagnie petrolifere (che non si toccano) continuino a estrarre gas e petrolio nei pozzi già attivi in mare entro le 12 miglia marine (quelli oltre non si toccano) anche dopo la fine del periodo di concessione del permesso (che non si tocca). ‘na battaglia veramente radicale, non c’è che dire. E non ci sarebbe infatti niente da dire se, come sempre, la società civile (nell’allargata accezione companierista che io gli attribuisco) non avessero scelto di non capire un cazzo (oh, ma che arrogante giovinastro!).
Questo è un argomento di critica, fondato sì, ma pur sempre recuperabile. Se per assurdo si proponesse un referendum per la messa fuori legge delle compagnie petrolifere, delle trivellazioni, dei pozzi petroliferi e delle concessioni per l’estrazione del gas, allora che cosa diremmo?, che allora in quel caso il referendum va bene?, e la Legge pure?
Questo lo dico perché la critica che io muovo al referendum è ben altra e questa non può proprio essere recuperata. Il referendum è volto al miglioramento della Legge, dello Stato e della Società. E se ci si dice anarchici (e non a-caco-archici, ma an-archici, negatori di ogni dominio, di ogni autorità, non solo di quelli brutti e cattivi… come se ce ne possano essere anche di buoni) non si può, non per dovere ma anche solo per una questione linguistica, volere alcun miglioramento della Legge, dello Stato e della Società, che sono autorità. Migliorare qualcosa, con rivendicazioni di diritti, libertà civili e leggi più “green”, non fa altro che migliorare quello che dovrebbe essere un nemico, e migliorandolo lo si rende più accettabile, fortificandolo. Se le persone rinchiuse ad Auschwitz avessero ottenuto, dopo apposito referendum popolare, il diritto a una cucina un po’ più dignitosa, il lager sarebbe diventato quindi accettabile? È un caso limite, strilleranno in molti. E, di più: paragonare qualcosa al nazismo equivale a sminuire il male. Certo, ma non farlo destinerebbe gli orrori del passato a non insegnarci niente e a ripetersi all’infinito sotto volti nuovi, cosa che infatti succede quotidianamente (p.e., con campi di concentramento per le “razze inferiori” un tempo denominati lager, oggi C.I.E.). E, restando in tema, Adolf Hitler non fu forse eletto democraticamente e l’Austria annessa al III Reich con l’Anschluss tramite un vero e proprio “referendum popolare” degno della migliore “democrazia diretta”? Perché qualcosa dovrebbe essere giusto per il semplice fatto che lo decide il Popolo? Cosa mi rappresenta questo sacrosanto Popolo? Io sono me stesso, e il Popolo chi cazzo è?
E per finire un’esortazione: nelle urne ci stanno le ossa: la vita, per piacere, cercatela altrove!

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Dacci oggi il nostro panico quotidiano: uno sguardo sui fatti di Bruxelles

riceviamo e pubblichiamo:
Dacci oggi il nostro panico quotidiano
uno sguardo sui fatti di Bruxelles


«La guerra è uno dei tanti fenomeni, il più grave di questi,
che scaturiscono dal presente ordinamento sociale.
E a noi questo fenomeno non deve riuscire inaspettato
poiché sappiamo che esso non è che il corollario inevitabile di questa civiltà.
Perciò noi non possiamo combattere isolatamente il fenomeno,
senza distruggerne le cause prime che lo hanno provocato»
Bruno Filippi

L’esistente non può ammettere intrusi, dove in uno stato di perenne prigionia sociale ci fa masticare le miserie che produce. Incubati e controllati essa tiene la nostra fantasia in vitreo, puntandoci perennemente delle armi in nome del tutto deve restare così com’è.
Dettando legge, cerca di dirigerci lontano da noi stessi, alza muri per difendere il terrificante diritto di mercificarsi, tenta di correggere ogni nostro desiderio sovversivo e cerca di guidarci come pecore nel gregge.
Il potere è il fine e tutti i difensori del mondo di oggi sono pronti ad usare ogni mezzo per difendere i propri privilegi. Il dominio attraverso la paura fortifica la dipendenza verso di esso e si prende in cambio assoluta obbedienza dai suoi sudditi.
Schiavi del tempo, sembra non esserci rimedio ai continui genocidi perpetrati da questa civiltà. Sangue chiama sangue, ora il sangue è ovunque, recita una canzone ed è quello, sostanzialmente, che la guerra porta con sé.
La guerra non ha confini. L’eterno ritorno della guerra fa sfumare, oggi più che mai, la distinzione fra un fuori e un dentro.
L’era contemporanea dell’idra tecnologica ha oltremodo allargato la guerra a funzione di cosa. L’attacco bellico colpisce la coltre dei luoghi in cui viviamo; ormai l’essere tutti in guerra non è più condizione lontana, ma è la situazione stessa in cui ci si trova.
I fatti di Beirut, Parigi, Raqqa, Ankara e Bruxelles ci dicono che la violenza ritorna, in modo sempre più frequente, al mittente.
Purtroppo non stiamo parlando di violenza che tenta di darsi a qualcosa di totalmente altro, rispondendo alla violenza continua della società.
Oggi siamo davanti a quella forma di violenza gregaria, dove il martirio è l’uscita timorata di qualsiasi invasato religioso, fautore della continuazione di questa società: la presenza dello Stato, che esso sia islamico, democratico o totalitario poco importa, con tutto il suo carico di morte. Ed è per questo fine che chi compie atti come quello di Bruxelles vuole proporre una propria egemonia, vuole unire oppressi e oppressori sotto la bandiera di un forza trascendente, con lo Stato come mezzo organizzatore di questo progetto.
Di conseguenza, questi timorati di Dio non sono nemici degli stati guerrafondai, ma sono nemici mortali di chi vuole sovvertire questa intera società poliziesca.
Esistono delle molteplici differenze per chi aspira alla realizzazione delle propria libertà con quello che sta succedendo. Al lato opposto, non esiste nessuna diversità da chi si fa esplodere in mezzo alla gente per lo stato islamico e chi fa esplodere bombe belliche in nome dello stato democratico, con l’impiego di eserciti e droni. Nessuna differenza con chi crea dei controlli alle frontiere e giganteschi campi di concentramento, chiamati inverosimilmente hot spot, con chi sgombera dei luoghi dove si ammassa quella eccedenza umana indesiderabile come a Calais o attacca militarmente come a Idomeni, con chi installa filo spinato ai confini fra diversi paesi europei e chi pratica espulsioni collettive.
Quando qualsiasi tipo di istituzione piange i massacri da loro stessi creati, la conseguenza è vomito e rabbia per tanta ipocrisia.
È il quotidiano di guerra che si concretizza nei paesi che hanno gonfiato di odio tantissimi individui, attraverso i bombardamenti democratici e l’obbligo alla fuga di milioni persone che scappano da guerre mortali e commercio che sarà sempre predatorio: Bruxelles diventa Gaza, Parigi diventa Kabul, Ankara diventa Baghdad.
Il potere è decentrato, ma il fine è sempre lo stesso: l’economia che si finanzia con la guerra, la guerra che elargisce materialmente e idealmente gli strumenti per sostenere l’economia.
Se il fine, cioè il dominio, è lo stesso fra integralismo religioso e oppressione democratica, la differenza sostanziale sta nell’uso e nell’immagine della morte.
La morte, che da un lato si manifesta palesemente e diviene reale con le immagini delle devastazioni provocate dai padrini del potere oscuro; dall’altra viaggia nelle esistenze dei consumatori omologati alla merce, di chi crepa con o senza lavoro e di chi viene controllato passo dopo passo da qualsiasi sistema di sorveglianza.
Oggi non esiste più un posto neutrale dalla guerra di chi bombarda e massacra in Oriente e di chi aspira al ruolo di dominatore creando terrore nel cuore delle necropoli occidentali.
E i sovversivi, in tutto questo, dove stanno? Come degli appunti in una discussione che non c’è, tutto questo rimanda al pensare per agire.
Chi aspira a farla finita con la guerra e i massacri indiscriminati potrebbe percorrere il sentiero che può spezzare il deja vu continuo del capitalismo: portare il disordine e la sedizione nei luoghi dove la guerra è in atto, cioè in ogni luogo. Per non trovarsi schiacciati fra guerra planetaria e guerra civile, pensare e praticare la diserzione per sabotare qualunque tipo di guerra.
Rovesciare la società tutta, cioè spingersi verso la rivolta per evadere il muro di cinta e trovare la libertà, mettendo in contraddizione le basi dell’edificio sociale e del suo totalitarismo.
Infondo, la vita non può essere qualcosa a cui aggrapparsi ma può divenire l’incendio dei propri desideri.

stampato in proprio: Cremona, fine marzo 2016

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