Prigionieri – Per l’anarchia selvaggia! In solidarietà a Gianluca e Adriano

riceviamo e diffondiamo:

Per l’anarchia selvaggia! In solidarietà a Gianluca e Adriano

“Da prigioniero non smetto di sognare né d’immaginare un mondo libero dalla violenza autoritaria, e dai binomi oppressi-oppressori, sfruttati-sfruttatori. Libero da freni morali e sociali regolatori-inibitori di appetiti e delimitatori di orizzonti. Un mondo libero da ogni gabbia…
…vergogna dell’umanità. Un mondo dove l’umana arroganza venga messa da parte per una simbiotica ed empatica coesistenza con i viventi tutti, nel rispetto dei naturali equilibri e dove la ricerca della libertà individuale sia l’unico percorso da tracciare per una reale e collettiva autodeterminazione.”

[da una lettera di Adriano]

Da settembre 2013 due anarchici di Albano Laziale e Frascati (Roma) si trovano rinchiusi nelle sezioni di alta sicurezza dei carceri di Ferrara ed Alessandria, insieme ad altri prigionieri anarchici e rivoluzionari. L’accusa di associazione sovversiva con finalità di terrorismo, che li vedrà andare a processo il prossimo 26 maggio, fa riferimento a 13 attacchi incendiari e sabotaggi contro diverse banche, una sede dell’ENEL, un distributore di benzina ENI, il cantiere di una discarica e altre aziende responsabili di devastazione ecologica e sfruttamento animale.

In una lettera pubblicata a gennaio 2014 sul giornale anarchico La Miccia, Gianluca si assume la responsabilità di alcune delle azioni di cui è accusato:

“Le azioni a cui si riferiscono nello specifico, che non eseguono nessun “programma”, sono state messe in pratica da me e dichiarate con comunicati FRONTE RIVOLUZIONARIO INTERNAZIONALE – FEDERAZIONE ANARCHICA INFORMALE / Individualità Sovversive Anticivilizzazione e sanno bene, grazie alle loro amate telecamere, che sono state eseguite da una sola persona, cioè io, in risposta alla devastazione, per logiche di profitto, del Pianeta e delle terre in cui vivo e in Solidarietà con i ribelli in conflitto con l’esistente.
Il GPS, e altre diavolerie, che gentilmente i militari hanno installato su un’auto da me in uso da un paio di anni, mi collegherebbero, in modo indiziario o più, ad altre azioni dirette e sabotaggi. (…) Per non intaccare la mia integrità, il coraggio e il sacrificio non mi piego al “colpevole-innocente”, è veramente troppo. Che siano trenta o cento azioni poco importa, vorrà dire che in Italia sono mille e nel mondo diecimila!
Comunque è ridicolo e banalmente sminuitivo discuterne dei fatti, sarebbe come annullare la visione reale di conflitto e Resistenza, e riconoscere la logica democratica del “gioco finito male” o dei buoni contro cattivi.”

Nei confronti di Gianluca e Adriano è stata scarsa la solidarietà espressa fino ad ora da parte del movimento anarchico, forse perchè non si tratta di compagni già conosciuti ai più o attivi nelle lotte sociali che vanno per la maggiore. Questo dovrebbe farci riflettere, poiché il fatto che degli anarchici decidano di vivere e mettere in pratica le proprie idee secondo percorsi individuali o al di fuori di una logica di “movimento” non significa che la loro tensione sia meno forte o che i nostri sguardi non siano puntati verso gli stessi orizzonti.

Dagli scritti e dai testi che Gianluca e Adriano hanno fatto uscire dalle loro celle, riconosciamo degli spiriti affini, refrattari ad ogni autorità, e in guerra contro la mega-macchina della civilizzazione, quell’insieme di apparati tecnologici e politici responsabili dell’addomesticamento e dello sfruttamento di esseri umani e animali, nonché della devastazione del pianeta.

Tra le righe delle loro lettere traspaiono la determinazione, il coraggio e la sensibilità di due compagni che, nonostante la privazione della libertà a cui sono sottoposti, non hanno alcuna intenzione di abbassare la testa, ma che anzi continuano a testa alta a rivendicare le loro idee e la loro lotta per la liberazione totale, contro la società tecnologica alienata e contro ogni forma di dominio.

Da più di sei mesi sono rinchiusi lontano dai loro affetti e, come animali in cattività, privati della possibilità di sentire il sole sulla pelle, l’erba sotto i piedi, il vento sul viso, l’arrivo della primavera.

Come se non bastasse, burocrati senza volto rappresentanti del potere hanno deciso di privarli anche della possibilità di sentire il calore di persone solidali al loro processo, visto che nei loro confronti è stato predisposto il processo per videoconferenza. Resteranno quindi rinchiusi nelle loro celle mentre p.m. e giudici, a centinaia di chilometri di distanza, decideranno se e quanti anni dovranno restare ancora tra quelle mura, comunicandoglielo attraverso degli schermi.

La tecnologia ancora una volta conferma il suo essere al servizio completo del potere, di chi non si fa scrupoli a utilizzare qualunque mezzo per cercare di schiacciare la ribellione, la solidarietà tra affini, la personalità stessa di chi è anarchico e quindi ostile al loro sistema di morte… senza peraltro riuscirci, scatenando anzi una rabbia ancora più grande.

E’ ora di portare avanti la lotta, anche per Gianluca e Adriano.

“Hanno trasformato questo Mondo in una torta da spartirsi tra risorse energetiche e frontiere di Stato.
Ci negano ogni giorno una Vita che valga la pena di essere vissuta.
Ma è ad ogni attacco e azione diretta che ce la riprendiamo e ne viviamo a pieno forza e Amore.
Farò tutto il possibile, anche l’impossibile dei sogni, con ogni mezzo necessario.
Sarà una Resistenza e lotta all’ultimo respiro ovunque un vivente sarà rinchiuso, ovunque ci sarà autorità o un mostro di nocività del progresso.
Questa non è una promessa da mantenere,
la mia è una dichiarazione di guerra.

PER L’ANARCHIA SELVAGGIA”

[da una lettera di Gianluca]
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Opuscolo Natura Ribelle – Rudimenti di azione boschiva

riceviamo da mail anonima e diffondiamo:

Natura Ribelle è un piccolo opuscolo che da qualche consiglio a chi volesse organizzare o partecipare a qualche azione diretta in ambiente naturale. Speriamo possa essere utile. Per l’Internazionale Nera, Viva l’Anarchia!

NaturaRibelle

Scarica l’opuscolo in .pdf
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[Roma] Concerti benefit imputati/e per il 15 Ottobre 2011 al Volturno Occupato

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[Pisa] Corteo contro il nucleare

CORTEO
PISA – PIAZZA SANT’ANTONIO
SABATO 3 MAGGIO ORE 15

Scarica il testo in versione stampabile [.pdf]

CORTEO CONTRO LA MORTE NUCLEARE

No acqua radioattiva! No militarizzazione dei territori!
Solidarietà rivoluzionaria ai ribelli!

Esprimere, attraverso un corteo a Pisa, opposizione al progetto in corso di smantellamento del reattore nucleare del CISAM, significa rifiutare l’incubo atomico, qui, dovunque e in qualsivoglia forma si manifesti.  Il decommissioning del reattore sperimentale pisano, primo esperimento del genere in Italia, farà evidentemente da apripista a quelli delle altre obsolete centrali nucleari dislocate sul territorio. “Esperimento riuscito!”, plaudiranno i suoi promotori, “l’opinione pubblica è lubrificata, il tessuto sociale pronto e connivente; fatta eccezione per il solito manipolo di eretici facinorosi, bastian contrari per definizione, ben pochi muovono obiezione”. Già perché non dimentichiamo che, dopo il referendum del 2011, fresco di shock per l’esplosione dell’impianto di Fukushima, lo stato italiano non ha potuto che abbandonare, esclusivamente nella propaganda politica di facciata, il rilancio del nucleare per la produzione di energia, ben consapevole di poterlo riciclare dalla finestra a tempo debito. La memoria storica, sappiamo, è una qualità scomoda alla civiltà moderna: “manipolare per concertare” è un virtuoso motto decisamente più al passo con i tempi. Di fatto, l’ipotesi nucleare, irrinunciabile tassello per un complesso socioeconomico fondato sulla sovrapproduzione energetica, non è mai stata accantonata. Ne è prova lampante il proliferare di ricerca scientifica, civile e militare, pubblica e privata, in questo settore. E Pisa, ancora una volta, si fa pioniera. L’università di Ingegneria nucleare di Pisa, ad esempio, parte del CIRTEN, un consorzio interuniversitario per la ricerca tecnologica nucleare formato da alcuni atenei quali quelli di Milano, Torino, Bologna, Padova, Palermo e Roma, studia e progetta quei reattori di quarta generazione che vengono sperimentati, per il momento, nei paesi dell’est Europa. Anche in questo la necessità di dare un segnale proprio a Pisa, una città dove tanti progetti vengono ideati e si sviluppano nel più totale silenzio, nella più ipocrita complicità. Non possiamo cadere nel tranello del “volevate uscire dal nucleare, noi lo stiamo facendo. Di cosa vi lamentate?!”. Vogliamo ribadire ancora una volta che quello dell’energia atomica è stato e continuerà ad essere il sogno e il motore di una civiltà energivora e deva-stante per l’ambiente, che rincorre unicamente il profitto di pochi a discapito del pianeta e di chi lo abita. Non si tratta certamente di trovare soluzioni alternative, non siamo noi a dover trovare soluzioni ai danni creati da questi specialisti del terrore, saranno loro a trovarle quando saranno messi alle strette dalla determinazione di una lotta senza compromessi.

IL NUCLEARE E IL MONDO CHE LO GENERA  

L’attacco atomico alla città giapponese di Hiroshima, il sei agosto del 1945, insieme a quello su Nagasaki, avvenuto qualche giorno dopo, sono le tragedie che hanno decretato l’alba dell’era nucleare e, con essa, il tramonto della vita sul pianeta. Da allora, nera, cupa, incombente, l’ombra del nucleare minaccia ogni possibilità di un futuro diverso, un futuro libero da questo sistema politico-economico, da questo sistema di relazioni gerarchiche e finanziarie, libero dalle nocività, dallo sfruttamento, dall’oppressione. La sua nascita, infatti, contiene in sé la morte preannunciata del pianeta, sia da un punto di vista di prospettive altre, limitate dall’impossibilità di sbarazzarsene definitivamente (l’eredità instabile che ci lascia per milioni di anni è una realtà consolidata), sia per la sua espressione contemporanea che non smette di causa-re disastri irreversibili: dai più noti (Kyshtym, Three Mile Island ,Chernobyl, Fukushima) a quelli meno conosciuti, dai test francesi nell’atollo di Mururoa, a quelli in India e in Nevada. Il nucleare è ciò che rappresenta meglio la via del “non ritorno”, una volta intra-presa questa strada non si può che giungere ad un vicolo cieco. L’ideologia nuclearista è parte integrante e strumento del sistema capitalista; in qualche modo lo perfeziona, rafforzandolo nella sua irreversibilità. Il sistema tecno-industriale, declinato nelle odierne democrazie occidentali capitaliste, ha utilizzato l’atomo per imporsi, per rafforzarsi, per rendere ineluttabile il suo dominio sul pianeta. Il dominio di una società protetta e generata dalla e sulla paura. Il nucleare richiama la paura più atavica: la paura della morte. E ancora, la paura della “guerra fredda”, la paura che venga a mancare uno stile di vita privilegiato, la paura che delega agli esperti il nostro futuro. L’energia atomica significa morte in ogni momento della sua produzione. Tutta la filiera industriale dell’atomo, di cui non ci sentiamo complici perché incoscienti e irresponsabili fruitori del prodotto finito, implica gravose conseguenze sociali ed ecologiche. Dall’estrazione nelle miniere di uranio, al trasporto-stoccaggio delle scorie, alla costruzione delle stesse centrali, non esiste un passaggio che non comporti una tragedia, una violenza, uno sfruttamento. Il nucleare porta sempre con sé nuove guerre e nuovi massacri, una ulteriore avanzata del dominio su popoli e territori, almeno all’ apparenza, facilmente depredabili.  La bulimia energetica, propria di questo mondo tecno-industriale, è l’elisir da cui dipende la sopravvivenza stessa di questa società. L’energia è il cordone ombelicale che deve alimentarla, costi quel che costi. Il nucleare ne è parte integrante e strategica, le sue nefaste conseguenze non sono che “effetti collaterali” propri e inevitabili di una organizzazione sociale-economica-politica basata sul dominio, dominio sull’umano, sulla natura, su tutti gli esseri viventi. L’ energia, la produzione a filiera inversa (la domanda è imposta dal capitale anziché dal bisogno), il consumo e la circolazione delle merci (globalizzazione), sono elementi inscindibili, costitutivi di questa civiltà. L’incremento della produzione, a discapito di tutti gli esseri viventi, non può che condurre all’incremento dell’alienazione, della freddezza, dell’isolamento e dell’ostilità. Di fronte all’imminente collasso della biosfera, di fronte al presunto esaurimento delle riserve energetiche, il sistema cerca di correre ai ripari, rilanciando una proliferazione nucleare spacciata, dalla propaganda di regime, come ecologica e a poco prezzo. La ricerca scientifica si fa complice di tale paradosso. Battaglioni di esperti, tecnofili, opinionisti, forti del loro gergo incomprensibile e al tempo stesso rassicurante, portano avanti, da buoni soldati del sistema, la crociata delle multinazionali dell’atomo. Non fosse stato per il disastro di Fukushima, forse, saremmo tornati, anche nei nostri territori, dentro un nuovo incubo radioattivo. “Scongiurato”, per il momento, questo pericolo, assistiamo allo show dei soliti esperti che, cercando di rifarsi la faccia, solleticano la coscienza etica-ambientalista dei sinceri democratici con la green-economy. Un paradosso che ne segue un altro. Declinare di verde lo sviluppo capitalistico, oltre ad esse-re un imbroglio, una contraddizione in termini, vorrebbe essere una accattivante giustificazione per chi, in buona o cattiva fede, questo sistema si illude di poter riformare.

NUCLEARE CIVILE E MILITARE 
Non esiste distinzione fra nucleare civile e nucleare militare. Esiste invece un continuo scambio di conoscenze e di finanziamenti fra i due settori e, così, anche tutta la macchina di propaganda e diffusione nuclearista si sposta a seconda dei finanziamenti disponibili e del vento politico, a favore di uno o dell’altro, senza colpo ferire. Il nucleare civile nasce da quello militare, di cui ha utilizzato e continua ad utilizzare il know-how. E, contemporaneamente, il nucleare civile serve a quello militare, non solo per il rifornimento e la produzione di materiali come ad esempio il plutonio, materiale di scarto della produzione di energia nucleare civile, ma anche per giustificare e sviluppare, senza troppi intoppi o problemi, la ricerca nucleare che poi si riverserà nel settore militare. Ma oltre a tutto questo, il nucleare civile assolve ad un compito molto importante: quello di abituare le persone a vivere a contatto con il nucleare, senza averne più paura ma anzi trovandolo indispensabile per la propria sopravvivenza e per il “progresso”, virtuosa bandiera della civiltà, che giustifica e promuove ogni progetto di ricerca. Anche se è ormai evidente che progresso, in questa società, non significa benessere, o reale miglioramento delle condizioni di vita, ma sfruttamento, distruzione, avvelenamento e morte; non solo lontano dagli occhi e dalle coscienze occidentali ma anche nelle nostre belle città vetrina, democrati-che e all’avanguardia. La logica che si annida dietro al sistema nucleare civile e a quello militare è la medesima: imporre ordine e disciplina, e insieme cercare di dare ossigeno, ad una società ormai al collasso. Il nucleare, civile o militare che sia, rappresenta in pieno i paradigmi del mondo capitalista: centralizzare il potere e i suoi meccanismi di decisione, imporre una cultura di sicurezza, costringere ad una dovuta, e apparentemente inevitabile, subordinazione.

MILITARIZZAZIONE 
Il sistema complesso delle società capitaliste occidentali, costitutivamente gerarchico ed autoritario, non può che fondare la sua prosperità su un apparato militare e repressivo. Da un lato le guerre imperialiste di conquista e colonizzazione, per assimilare e annichilire ogni comunità umana non conforme ai paradigmi dominanti, per omologare e depredare, nella devastazione del saccheggio di quelle che considera mere risorse reificate, che siano naturali o sociali. Dall’altro, l’apparato di pacificazione civile, sempre più palesemente coeso con quello militare. Soldati a presidiare le piazze delle città e droni che volano sulle nostre teste, dovrebbero ricordarci che non solo Palestina, Iraq, Afghanistan so-no territori di guerra ma che lo è anche il pacificato occidente. Siamo in guerra, sebbene fatichiamo a rendercene conto, per il fatto che, qui, viene combattuta solo da una parte. Quando non è così, quando si oppone resistenza all’incedere indisturbato del capitale, calano definitivamente le maschere e il processo di pacificazione rivela appieno la sua natura coercitiva e repressiva. E’ oramai prassi che per siti, cosiddetti di interesse strategico, vengano attuati protocolli di intervento e sorveglianza simili a quelli riconosciuti per i siti mili-tari. Come è accaduto e continua ad accadere, ad esempio, in Val di Susa, dove a presidiare i cantieri sono presenti anche militari rientrati dall’Afghanistan. Sotto la sporca bandiera della democrazia e dell’ordine pubblico, chi resiste diviene automaticamente terrorista. Ed il processo, per attentato con finalità di terrorismo, che si terrà a breve a Torino, contro tre compagni e una compagna accusati di un sabotaggio avvenuto al cantiere di Chiomonte, svela la volontà di sopprimere qualsivoglia anelito di libertà senza mezzi termini.  La guerra, nell’occidente pacificato, si manifesta anche nella continua e progressiva militarizzazione dei territori e nella costruzione di basi militari, come il MOUS (base della marina USA per coordinare i bombardamenti dei droni) in Sicilia o come il costruendo HUB militare (centro strategico) a Pisa. Quest’ultimo, unito alle già numerose strutture militari, fra caserme, il già esistente aero-porto militare e la base USA di Camp Darby, rendono il territorio fra Pisa e Livorno fra i più militarizzati. Non è finita, tutto ciò non si ferma alla repressione diretta o alla privatizzazione dei territori, la guerra ha bisogno di uomini affidabili e mezzi altamente tecnologici ed avanzati. Ha bisogno di propaganda che la giustifichi e di tecnologia che la renda altamente efficace. Sappiamo bene come le Università e i Centri di Ricerca, cosiddetti civili, abbiano da sempre contribuito al rafforzamento e all’evoluzione dell’apparato militare, abbracciando in maniera effettiva (e sola-mente di facciata in modo neutrale) la volontà di mantenimento e consolidamento di controllo e di dominio sull’esistente. La Scuola Superiore di studi universitari e di perfezionamento S. Anna, considerata uno dei fiori all’occhiello di Pisa, è un ottimo esempio della collaborazione fra militare e ricerca. Basti citare il corso di peacekeeping che, in collaborazione con il Centro militare di studi strategici, prepara la futura classe dirigente a lavo-rare a stretto contatto con i militari e a trasformare la guerra imperialista in guerra (ops missione) umanitaria, formando i futuri osservatori marchiati UE, ONU. O ancora “il corso di aggiornamento sull’Afghanistan” destinato agli ufficiali della brigata della Folgore. E che dire dell’accordo tra il Centro di Ricerca sulle Tecnologie per il Mare e la Robotica (spin-off del S. Anna) con l’azienda livornese WASS, del gruppo Fin-meccanica, leader nella costruzioni di siluri di ultima generazione, come il Black shark che vende in tutto il mondo; o della collaborazione con l’istituto Weizmann di Tel Aviv, un centro di ricerca che, tra le altre cose, si occupa dello sviluppo dell’arsenale nucleare israeliano.
Pisa, città universitaria, con i suoi 50.000 iscritti, considerata un fiore all’occhiello nel campo della ricerca scientifica, è una città dove la presenza militare in incremento conferma la complicità storica da parte delle istituzioni cittadine, università ed istituti di ricerca in testa, a questa ingombrante occupazione. Ebbene, a poca distanza dalla base USA di Camp Darby, nella pineta di Tombolo a S. Piero a Grado, sorge il CISAM (Centro Interforze Studi Applicazioni Militari), un centro di ricerca delle tre forze armate alle dipendenze del Capo di Stato Maggiore della Difesa. Un esempio di come la ricerca militare e civile sul nucleare si confondano e si fondano l’una nell’altra.

IL CISAM 
Il Centro nasce nel 1956 con il nome di C.A.M.E.N. (Centro per le Applica-zioni Militari dell’Energia Nucleare) all’interno del comprensorio dell’Accade-mia Navale di Livorno. La Marina, in quel periodo, stava infatti pensando di progettare un motore a propulsione nucleare per sommergibili e le limitate conoscenze nel settore la indussero a costituire un centro di studio e di sperimenta-zione, avvalendosi anche dell’esperienza e della capacità dei docenti universitari pisani. Dalla collaborazione fra Difesa e Università di Pisa nasce fin dai primi momenti l’idea di dotare il centro di un reattore nucleare sperimentale, costruito poi a San Piero a Grado, dove nel 1961 si trasferisce il Centro. Nella nuova sede, il CA-MEN viene dotato di laboratori e di attrezzature sperimentali d’avanguardia, quali appunto il Reattore Nucleare di Ricerca RTS-1 “Galileo Galilei”. Così attrezzato e dotato di personale militare e civile, il Centro fece in breve tempo di Pisa una città all’avanguardia per lo studio dell’energia nucleare finalizzato alle applicazioni sia militari che civili, sviluppando numerosi programmi e collaborando proficuamente con Università, Centri di Ricerca (grandi enti nazionali come ENI vi insediarono loro gruppi di ricerca) ed Industrie Nazionali. Divenuto poi CRESAM, con lo spegnimento del reattore nel 1985, ha preso poi il nome di CISAM. L’attività sperimentale del reattore aveva reso necessario, fin dall’inizio, un impianto di trattazione dei rifiuti radioattivi e di un deposito temporaneo, così è avvenuto che per le conoscenze sviluppate, il CISAM, divenisse il punto di raccolta di tutti i rifiuti militari prodotti nel nostro Paese.
Dopo più di mezzo secolo di vita, il Centro, ignorato dai più, come ignorata è la sua storia, si trova adesso nella fase cruciale di decommissioning, ovvero di smantellamento del reattore, ed è ormai da mesi che le acque radioattive della piscina di raffreddamento vengono riversate nel canale dei Navicelli, il canale artificiale che collega la darsena pisana al canale scolmatore dell’Arno e quindi al mare del porto di Livorno. Le prime fasi del decommissioning hanno riguardato il trasferimento del combustibile all’impianto di Saluggia a metà degli anni ottanta, e quello del combustibile mai utilizzato in Francia, all’inizio degli anni duemila. Successivamente, nel 2007, è stata smantellata una piccola parte secondaria dell’impianto e, in seguito, avviate le procedure di reperimento dei fondi per lo smantellamento completo dell’impianto e la messa in sicurezza del sito. I 750.000 litri di acqua radioattiva che ancora per alcuni mesi, verranno trattati all’interno dell’area del Cisam per essere successivamente smaltiti a valle del depuratore di Pisa Sud, fino a confluire nel Canale, sono così l’ennesima beffa ad una città complice e china. Di fronte alla manifestazione di qualche flebile ma determinato gesto di opposi-zione ad un progetto così emblematico e paradossale, ogni organo preposto (Arpat, Enea, Ispra, Comune e compagnia bella) si è rincorso nelle pietose rassicurazioni circa l’innocuità della procedura, ma si è trattato di una inutile quanto affannosa ricerca di una cura indolore per tutti quei corpi cittadini ormai insensibili ad ogni male. Così un’intera popolazione si trova, ancora una volta, totalmente indifferente e connivente nei confronti di un progetto di morte.

LOTTA E’ SOLIDARIETA’ 
Lottare contro il nucleare significa lottare contro questo esistente, contro una delle sue più rappresentative e nocive espressioni. C’è chi, di fronte alla prospettiva imposta di una esistenza da ingranaggio, in qualunque momento sostituibile, di una megamacchina che macina individui ed ecosistemi in nome del profit-to, non rifiuta le lusinghe di una vita conforme. C’è chi, invece, non ne ha lo stomaco e ha troppa dignità per accettare un ruolo, un “posto al sole” all’interno di questa società assassina. Noi, siamo dalla parte dei ribelli di ogni tempo, riconosciamo in loro, aldilà del percorso di lotta intrapreso, una valenza rivoluzionaria, un patrimonio che cerchiamo di “ereditare”. Ereditare da chi è caduto nella lotta, da chi è prigioniero, da chi ci sta a fianco nei percorsi di resistenza. Il nucleare, a partire dalla metà degli anni settanta fino ad oggi, ha trovato sulla sua strada moltissima resistenza, che si è sviluppata in molteplici pratiche e altrettante rivendicazioni. Non è più il tempo, se mai lo fosse stato, della delega, della passività, della paura e della ragionevolezza. La lotta in prima persona, auto-organizzata, senza compromessi, è l’unica strada che apre infinite possibilità di attrito contro lo sviluppo e il rafforzamento di questo esistente preconfezionato, alienante, biocida, e quant’altro. Ma aldilà delle parole, degli slogan, del rischio di “caricaturizzare”, nella spettacolarizzazione imperante, anche il conflitto, ben pochi, sempre meno, mettono in gioco qualcosa per cercare di fermare i progetti di dominio, oppressione e sfruttamento. Eppure esempi non mancano, pensiamo a Marco Camenisch che, sul finire degli anni ’70, ha cercato, con la dinamite, di fermare la costruzioni di centrali nucleari in Svizzera. Per questi atti di libertà ha pagato e sta pagando con 30 anni di carcere, con la volontà del vendicativo stato elvetico di non lasciarlo uscire di galera nemmeno dopo il fine pena. Pensiamo a Nicola e Alfredo che hanno saputo restituire un po’ di terrore a chi terrorizza per mestiere e con il sorriso democratico sulla faccia. Esempi scomodi per molti ma non per chi ha deciso da che parte stare, con la consapevolezza che un mondo diverso non ci verrà regalato da nessuno, ma che ce lo dovremo conquistare, passo dopo passo, con tutto ciò che questo comporta e necessita. L’opposizione contro il nucleare non è in decommissioning, dagli anni ottanta ad oggi, da sabotaggi, scioperi, cortei, occupazioni, blocchi dei treni trasportanti scorie, etc, è un filo rosso che segna la continuità di una resistenza all’infame mondo capitalista che lo produce.

Villa Panico
Garage anarchico
Il Silvestre


CORTEO
PISA – PIAZZA SANT’ANTONIO
SABATO 3 MAGGIO ORE 15

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Milano | Torino | Bologna | Livorno – Sgomberate diverse occupazioni [in aggiornamento]

Il 2 Aprile è stata una giornata di attacco agli spazi occupati. Seguiranno aggiornamenti in attesa dei comunicati dei compagni.

MILANO – Apprendiamo che verso le 4 del mattino del 2 aprile 2014, le forze della questura hanno fatto irruzione nella Pizzeria Occupata. Due compagni sono riusciti ad accedere al tetto e stanno resistendo da oltre cinque ore, mentre altri occupanti – presenti all’interno della palazzina al momento dello sgombero – sono stati portati in questura. In concomitanza è stato effettuato lo sgombero di un’altro spazio liberato, il circolo di via Giambellino, occupato da circa 3 settimane.

aggiornamento del 3/04/2014

I ragazzi stanno benissimo, fumano e bevono in testa agli sbirri e agli operai che stanno
distruggendo pesantemente la pizzeria!
Sono molto contenti del corteo di ieri sera, gli ha dato molta forza.

Le bandiere NO TAV sventolano alte e fiere.

Il presidio permanete continua in piazza Napoli, chiunque vuole passi per salutare e portare solidarietà, come hanno già fatto in tanti ieri per tutta la giornata.
Oggi ci saranno le convalide o meni degli arresti, quindi
* ci si vede alle 19:00 in quartiere Giambellino per organizzarci e scambiarci voglie e progetti.

>> GIOVEDÌ 3 APRILE – ORE 19:00
APERITIVO MUSICALE IN VIA SEGNERI
davanti alla Base di Solidarietà sgomberata

Clara, Sarà, Fra, Nic Liberi subito!
Liberi Tutt*!

ascolta il contributo da Radiocane

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TORINO - In mattinata i questurini sgomberano l’occupazione abitativa di via Cuneo, che da alcune settimane ospitava diverse famiglie.

segue da macerie

Sono passate da poco le 9 del mattino quando in via Cuneo compaiono le camionette. A quest’ora nella nuova casa occupata al civico 45 c’è poca gente, giacché gli abitanti sono in giro – chi ad accompagnare i bambini a scuola, chi dal dottore, chi per altre iniziative o impegni – e la polizia ne approfitta per iniziare l’assedio. I poliziotti in borghese passano subito dal tetto, neutralizzando ogni possibilità di resistenza, e da lì poi scendono a sfondare le porte degli appartamenti. La sproporzione numerica è enorme: a chiudere le vie intorno alla casa ci sono una decina di camionette, oltre al solito codazzo di agenti della Digos, funzionari e pezzi grossi del locale Commissariato. Nel giro di mezz’ora, all’angolo con via Cecchi, al di là delle camionette parcheggiate a chiudere la strada si forma un nutrito gruppone di gente che guarda, tra compagni, gente dell’assemblea contro gli sfratti del quartiere e gente indignata. Un’ora di comizi prima a voce e poi al megafono, slogan, alcuni passanti che urlano contro la polizia che butta in strada la gente. Inizia un blocco stradale a singhiozzo, poi in sessanta si parte per un breve corteo intorno all’isolato blindato con la celere dietro al culo che regala qualche spinta.

Finito il corteo, arrivano le notizie dagli sgomberati. Una compagna, portata in Questura all’inizio delle operazioni, viene rilasciata. Una famiglia rumena, che rifiuta subito “l’aiuto” delle forze dell’ordine viene fatta uscire dalla palazzina. Altre due famiglie, invece, vengono accompagnate dalle auto della polizia politica in via Leoncavallo, la sede degli assistenti sociali di zona, con la promessa di trovar loro “una sistemazione”. I poliziotti fan scendere la gente davanti al cancello, valigie alla mano, e subito vien fuori la verità: gli assistenti sociali non ne san niente e su due piedi offrono quattro giorni di ospitalità dalle suore per un nucleo familiare e per l’altro… niente, giacché il capofamiglia è residente in un’altra circoscrizione. Come sempre, sarà la solidarietà di quartiere garantire loro un tetto per questa notte.


BOLOGNA – Sgomberato tra le 7.30 e le 9.00 del mattino il Paglietta, lo spazio occupato lunedì 31 marzo dopo la sentenza dell’Op.Outlaw

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LIVORNO – Sgomberata una palazzina occupata a scopo abitativo la scorsa settimana.

 

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Op. Outlaw – “Ci siamo ripresi una parte del maltolto!”

riceviamo e diffondiamo:

CI SIAMO RIPRESI UNA PARTE DEL MALTOLTO!

Nel pomeriggio di lunedì 31 marzo è stata emessa dal tribunale di Bologna la sentenza di assoluzione per i 21 compagni e compagne sotto processo dal 2011 per associazione a delinquere con finalità eversiva. Siamo stati dunque tutti assolti.
Nell’aprile del 2011, all’interno dell’operazione repressiva denominata “Outlaw”, in via san Vitale 80 lo spazio di documentazione Fuoriluogo era stato messo sotto sequestro e quindi chiuso, 5 compagni arrestati e 7 allontanati dalla città con divieto di dimora. A ciò sono seguiti 3 anni di accanimento sbirresco, con l’evidente e dichiarato tentativo di toglierci ogni spazio di agibilità in questa città.
Oggi dopo la sentenza, attesa in piazza da un grosso presidio, ci siamo ripresi uno spazio, strappato anch’esso ai compagni 15 anni fa. Si tratta della sede di un circolo anarchico intitolato a Carlo Cafiero che ospitava la Libreria Circolante. A metà degli anni ’60 fu preso in affitto da Libero Fantazzini con alcuni compagni anarchici. Il comune di Bologna lo concesse a un costo simbolico per sostituire la sede storica di Porta Galliera chiusa durante il ventennio fascista. Questo posto, nel corso degli anni meglio conosciuto come Laboratorio Anarchico Paglietta, nel giugno del 1999 fu messo sotto sequestro e poi chiuso con mattoni e cemento a seguito di un’inchiesta che aveva condotto in carcere una compagne e un compagno. Per più di trent’anni era stato utilizzato da gruppi e individualità anarchiche, riempito di attività, assemblee, incontri e condivisione di vita. Come spesso accade il procedimento penale non ebbe alcun seguito, ma il locale restò murato e inaccessibile, chiudendo con sé un pezzo di storia della città.
Nella giornata della sentenza ci siamo ripresi uno spazio sottratto al piacere e all’esigenza di utilizzarlo. Uno spazio per confrontarci, discutere e trovare il modo di opporci con efficacia a un sistema che opprime, affama, devasta e avvilisce la vita. Uno spazio per continuare a lottare per un mondo del tutto altro da questo.

Bologna, 31 marzo 2013

Anarchiche e anarchici felicemente delinquenti

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Aggiornamenti sul processo a Gianluca e Adriano: grave provocazione del GUP.

riceviamo e pubblichiamo:

Il 26 marzo si è tenuta presso il tribunale di Roma l’udienza preliminare del processo in cui sono imputati Gianluca e Adriano.
I due compagni sono accusati di “associazione con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico”, a cui si aggiungono quelle di incendio, furto aggravato in concorso, deturpamento e danneggiamento di cose altrui. Si tratta di tredici azioni realizzate nel territorio dei Castelli Romani contro banche, una pellicceria, sedi distaccate di ENI ed ENEL e contro la discarica di Albano.
Il processo, di fronte alla corte d’assise, avrà inizio il 26 Maggio.
Con il provvedimento di rinvio a giudizio il GUP D’alessandro si è assunta la grave responsabilità di disporre che gli imputati debbano partecipare tramite videoconferenza.
La decisione sarebbe motivata da una circolare del Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria che prescrive l’utilizzo di questo dispositivo come misura di contenzione dei detenuti “più pericolosi”, adottata in seguito all’evasione di Domenico Cutrì, avvenuta nel corso di un trasferimento giudiziario.
Si tratta di una misura che d’ora in poi potrebbe riguardare, insieme ad altri, tutti i procedimenti riguardanti i detenuti in regime di Alta Sicurezza.

L’utilizzo della videoconferenza rientra all’interno di un politica carceraria, stabilita dalla Comunità Europea, basata sul modello della differenziazione e quindi dell’isolamento.
Si tratta di separare dal corpo dei detenuti gli elementi considerati più pericolosi: da un lato per poter, con minor rischio e minor costo, gestire la massa crescente degli internati, dall’altro per tentare di annichilire tutti i nemici dello Stato insuscettibili di ravvedimento.
L’isolamento, che si tenta di imporre in maniera sempre più stringente, può arrivare ad essere una vera e propria forma di tortura che provoca pesanti danni fisici e psichici a chi la subisce.
Una serie di provvedimenti adottati recentemente nelle sezioni AS2 (riservate ai compagni rivoluzionari) sono indirizzati ad aumentare il grado di isolamento: chiusura di cancelli che dividono da altre sezioni, limitazioni di colloqui, tentativi di imporre l’isolamento individuale, divieto di incontro tra detenuti della stessa sezione.
A tutto questo si aggiunge il processo in  videoconferenza, uno strumento che colpisce in diversi modi gli individui a cui viene imposto.

Sul piano umano negare ad un detenuto di partecipare fisicamente alle udienze significa infliggergli un ulteriore violenza, impedendo che il suo sguardo possa, anche solo per breve tempo, fuoriuscire dal ristretto orizzonte dell’istituzione totale ed incrociarsi con quello affettuoso e solidale dei compagni, degli amici, dei parenti.
Dal punto di vista processuale la videoconferenza fa parte di una serie di dispositivi tesa a rappresentare l’immagine del  nemico (il mafioso o il terrorista) del quale si deve cancellare ogni traccia di umanità e ragione. Si suggerisce una colpevolezza a priori, legata a ciò che un soggetto è considerato piuttosto che ai gesti che ha effettivamente compiuto. L’imputato viene rappresentato come un mostro da tenere relegato e distante in quanto troppo pericoloso per presenziare in aula.
Così, una giuria popolare potrà condannare molto più a cuor leggero una immagine che scorre su uno schermo, come il telefilm della sera, piuttosto che un essere umano in carne ed ossa che è in grado di riconoscere come un proprio simile. Esattamente come un militare che guida un drone  uccide più a cuor leggero di uno che spara da distanza ravvicinata.
L’imputato invece verrà limitato nella possibilità di esporre le proprie ragioni da una corte che potrà  togliergli arbitrariamente la parola, e che di fatto lo porrà sotto questa costante minaccia. Verrà escluso, schiacciando un semplice tasto, ogni qualvolta dica qualcosa di non gradito dai togati.

Recentemente, con l’applicazione dell’articolo 270 sexies il potere ci ha dimostrato di possedere uno strumento giuridico potenzialmente in grado di colpire con condanne pesantissime ogni forma di reale conflitto sociale. Stabilito che terrorista è  considerato chiunque si opponga efficacemente al sistema, devono in seguito costruire l’immagine del terrorista con un adeguato impianto scenografico. Da questo punto di vista la videoconferenza è un ulteriore strumento di guerra psicologica che si aggiunge ai processi in aula bunker,  all’utilizzo di carceri speciali, al linguaggio mistificatorio con cui si descrivono le azioni di lotta, evocando tutto un immaginario.

Mentre le cause sociali della repressione sono sempre più evidenti, mentre assistiamo con crescente frequenza a costruzioni giudiziarie che assumono sfacciatamente il carattere della rappresaglia politica, i repressori mettono in atto l’ennesimo tentativo di tappare la bocca a chi si oppone ad un sistema fallito.
Vogliono soffocare le voci coraggiose e ribelli, vogliono seppellire le ragioni di chi lotta nel silenzio del cemento.
Le sentiranno i signori al potere queste voci, le sentiranno sempre più forti e sempre più vicine alle loro orecchie  che non tollerano disturbi. Le sentiranno nei tribunali che vorrebbero asettici, nelle piazze che vorrebbero rassegnate, nelle notti in cui vorrebbero dormire sonni tranquilli.

Solidarietà attiva a Gianluca e Adriano
Solidarietà ai compagni e alle compagne prigioniere
Solidarietà ai detenuti e alle detenute

Rete evasioni
Flex Mob

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[Roma] Concerti a Torre Maura Occupata

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[Milano] Nasce “ROSA NERA” – spazio anarchico occupato

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Pasticcio di ROS in salsa di PM

riceviamo e diffondiamo:

Pasticcio di ROS in salsa di PM-Pezzo-di-Merda.
Ingredienti per undici persone.
Tempo di preparazione: una decina d’anni.
Servire freddo. Quasi scaduto.

E’ dal lontano 2005 che i Ros dei CC effettuano indagini per mezzo di intercettazioni, pedinamenti e quant’altro la tecnologia investigativa permetta – comprese analisi del dna – su alcuni anarchici genovesi, toscani, emiliani e piemontesi. L’indagine si è concentrata nel voler reperire ad ogni costo gli appartenenti a una cellula genovese della F.A.Informale, cercando di dimostrarne la responsabilità nell’organizzazione e realizzazione di attacchi avvenuti in nord Italia negli ultimi dieci anni, quasi tutti rivendicati da diverse sigle F.A.I. Dal procedimento viene fuori l’esistenza di tre indagini diverse (“Kontro”, “Replay, “Tortuga”) per associazione sovversiva (art.270bis) e attentato con finalità di terrorismo (art.280) in concorso per undici persone. Le prime due indagini sarebbero chiuse, mentre quella chiamata Tortuga sarebbe tuttora in corso e riguarderebbe un più vasto numero di persone e praticamente tutti gli attacchi avvenuti in centro/nord Italia negli ultimi anni rivendicati dalle varie sigle F.A.I. fino ad oggi.
I fatti specifici contestati in questo spezzone di indagine sono:
gli attentati con ordigni esplosivi alle Stazioni Carabinieri di Genova Prà e Genova Voltri in data 1.3.2005;

la fabbricazione e collocazione di due ordigni esplosivi in data 24.10.2005 all’interno del Parco Ducale di Parma, destinati a colpire la sede del R.I.S. dei Carabinieri di Parma;

l’invio di un plico esplosivo in data 3.11.2005 al Sindaco di Bologna Sergio Cofferati;

l’attentato incendiario a Genova in data 26/6/2009 ai danni di un automezzo della C.R.I.

Dieci anni di intercettazioni e pedinamenti richiesti dall’allora titolare dell’indagine pm Canciani, sono riusciti a produrre per ora due rifiuti da parte del gip rispetto alle richieste di custodia cautelare in carcere per gli undici indagati.
Lo scorso 4 febbraio è avvenuto l’ultimo rifiuto e la conseguente chiusura delle indagini, ma il pm Manotti a cui è passata l’inchiesta ha deciso di avere il suo momento di protagonismo ed è quindi ricorso in appello per gli ultimi tre di questi fatti specifici. Il 28 febbraio ci sono state le anomale perquisizioni di fine indagine agli 11 indagati (una eseguita in carcere) e per il 20 di marzo è stata fissata l’udienza del riesame.
Nei 21 faldoni e migliaia di pagine di cartaccia che compongono l’inchiesta gli unici elementi indiziari che emergono sono un susseguirsi di informative, ovviamente di matrice Ros: intercettazioni inconsistenti, incomprensibili o totalmente fuori contesto; pedinamenti inutili; sequestri di materiale che chiunque potrebbe avere in casa; migliaia di euro spesi in attrezzature e consulenze tecniche; prelievi di dna privi di riscontro. In buona sostanza, in più di dieci anni di indagini gli inquirenti non sono mai riusciti a dimostrare nulla.
Nel complesso c’è però il tentativo del pm di presentare queste informative in una mole tale da suscitare in sede di giudizio, la suggestione che qualcosa di vero debba pur esserci e, dall’altro canto, avanzare presso il giudice la necessità di un’interpretazione più elastica del reato di associazione sovversiva, in quanto legato, nella sua opinione, ad un retaggio anacronistico in cui le organizzazioni armate/clandestine erano fortemente strutturate.
In questa avvincente kermesse un ruolo da coprotagonisti l’hanno assunto i giornalisti, in particolare a Genova e Bologna. Un’altra volta ci hanno dimostrato come le inchieste nascano nelle caserme e nelle questure, ma attraverso i giornali e giornalisti abbiamo la corrispettiva eco funzionale all’operato degli inquirenti.
Gli articoli comparsi nei giorni successivi alle perquisizioni hanno assolto svariate funzioni, dare un rilievo spettacolare ad un’inchiesta mediocre creando dei ritratti paradossali e offensivi delle persone citate, lanciare provocazioni nell’ottica di osservare reazioni e mettere sotto pressione gli indagati, esibendo a chiunque informazioni sulla loro vita privata e sulle loro più intime relazioni.
Al di là dei capi d’imputazione e delle persone colpite da questa indagine, la logica di questo tipo di operazioni è quella di fare terra bruciata nei confronti di chi sostiene e diffonde l’idea dell’azione diretta e dell’assalto all’esistente al fine di sovvertirlo, e di chi si scontra con il dominio quotidiano sulle nostre vite.
L’unica via per opporsi a tutto questo passa per il diffondersi di pratiche di solidarietà, nei vari modi in cui esse si declinano.

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